Siria, il giorno dopo: così Asmae Dachan ci accompagna in un pellegrinaggio del dolore
E’ notte ad Ancona, quando Asmae Dachan, giornalista e scrittrice italo-siriana, parte verso la Siria. Per tutti gli anni della guerra, si è adoperata nel raccontare – non sottraendosi a un prezzo da pagare – il paese da cui il padre e la madre sono fuggiti oltre 45 anni fa.
E quando arriva in Siria, il 27 dicembre 2024, appena quindici giorni dopo la fine di un regime brutale, quello incarnato da Bashar al Assad che ha mietuto mezzo milione di vite e raso al suolo un paese, Asmae compie un vero e proprio viaggio nei luoghi che ha narrato per anni. Anzi, un pellegrinaggio. Perché in Siria, il giorno dopo, in uscita il 16 gennaio 2026 per Add editore, l’autrice ha visitato e raccontato i luoghi simbolo per i siriani. Dalla casa di Hamza al Khateeb, tredicenne massacrato a Daraa, nel 2011, all’alba delle proteste, e riconsegnato dai servizi segreti siriani morto ed evirato alla famiglia; fino al carcere di Seydnaia, dove decine di migliaia di oppositori o semplici cittadini hanno trovato la morte all’ombra di una dittatura considerata da molti – ancora oggi – occidentalizzata e laica: per questo giustificabile.
Il libro che ne emerge è un viaggio nei luoghi visti e raccontati per lungo tempo da lontano. Non è il libro di una giornalista straniera, che viaggia di conflitto in conflitto. Ma quello di una italiana che sente il paese, perché è anche suo. Ne è fagocitata nei drammi e per questo ci racconta di non essere una macchina della notizia, guardando con sguardo asettico una guerra. Asmae vuole sentire il dolore di quello che è anche il suo popolo.
“Chiudi la cella, voglio capire cosa significava” dice al suo accompagnatore a Seydnaia. Per un istante è chiusa nel buio di un luogo angusto: una mahja, celle collettive. C’è ancora puzza di morte. Ecco l’orrore, buio e silenzioso della tragedia siriana.
In questo volume – fondamentale per vedere la Siria anche con gli occhi di quella diaspora che si è spesa, senza successo a volte, a far conoscere il dramma del paese – c’è l’esperienza umana di chi ha abbandonato tutto per non sottrarsi a raccontare il dolore di un popolo e di un paese. Scrive l’autrice: voglio che questo paese non sia solo una questione politica, ma umana.
E ci riesce. Ci accompagna in un pellegrinaggio del dolore che va a Homs, ad Aleppo e fino ai luoghi simbolo di libertà per un popolo che oggi vive una transizione di cui forse non sapremo il risultato se non in 50 anni. Si è fatta conchiglia, Asmae, cercando con umana pietà di raccontare un dolore che è troppo grande, troppo ampio. Ma che in questo volume emerge chiaro e lucido nel suo abisso che oggi vogliamo riempire di speranza.