Trump minaccia la Groenlandia e l’Europa tace: la nostra ormai è una politica di genuflessione
di Francesco Valendino
Abbiamo un problema. Grande, anzi enorme. L’Europa ha passato tre anni a spiegarci che bisogna armare l’Ucraina perché “non si può permettere che nel XXI secolo un Paese invada un altro Paese”, perché “il diritto internazionale è sacro“, perché “la sovranità nazionale è inviolabile”, perché “i confini non si cambiano con la forza”. Tutte cose giustissime, per carità. Peccato che Trump, nel frattempo, si sia messo a recitare il copione di Putin con l’accento americano e le bandierine a stelle e strisce.
“Abbiamo bisogno della Groenlandia per la nostra sicurezza nazionale”, tuona l’Unto del Signore, calcando sulla parola bisogno come se stesse ordinando patatine fritte da McDonald’s. La Groenlandia, per chi non lo sapesse, è territorio danese. E la Danimarca fa parte dell’Unione Europea. Cioè quella cosa che in teoria dovremmo difendere quando qualcuno minaccia l’integrità territoriale di uno Stato membro. In teoria.
Ma Trump ha una logica ferrea, anzi ferreissima: “Dicono che i danesi sono arrivati lì 300 anni fa su navi. Beh, anche noi eravamo lì su navi, ne sono sicuro”. Ecco fatto. Con questo ragionamento da bar dello sport (offese ai bar dello sport), gli Usa avrebbero diritto alla Groenlandia esattamente come la Russia all’Ucraina perché “un tempo facevano parte dell’Impero russo”. O come l’Italia potrebbe rivendicare mezza Europa perché “i romani ci erano arrivati per primi”. O come gli inglesi potrebbero pretendere mezzo mondo perché “abbiamo colonizzato tutto con le nostre belle navi”.
Il primo ministro della Groenlandia, poveretto, ha risposto con dignità: “Quando il presidente degli Stati Uniti afferma ripetutamente che gli ‘serve la Groenlandia’, soprattutto nel contesto del Venezuela e di un’operazione militare, non è semplicemente sbagliato. È irrispettoso. Basta significa basta”. Tradotto dal politichese: giù le mani, cowboy.
Ma qui casca l’asino. Anzi, l’elefante. Dall’Europa non arriva un fiato. Niente dichiarazioni solenni sulla sacralità dei confini. Niente riferimenti ai “valori europei”. Niente pacchetti di sanzioni. Niente Borrell che si alza dalla sedia per ricordare che “l’Europa ha un’anima”. Silenzio. Un silenzio assordante, del tipo che si sente quando tutti sanno che hanno torto ma fanno finta di niente.
Eppure la logica dovrebbe essere cristallina. Se armiamo l’Ucraina perché Putin minaccia la sua sovranità, dovremmo armare la Groenlandia perché Trump minaccia la sua. Se la “supremazia americana” nell’emisfero occidentale è legittima, allora anche quella russa nello spazio post-sovietico lo è. E se Trump può invadere il Venezuela con la scusa della sicurezza nazionale, cosa impedirebbe a Putin di fare lo stesso con Georgia o Moldavia?
Quindi, per non venire meno ai nostri sacri valori, per non fare la figura dei menagramo che predicano bene e razzolano male, l’Europa dovrebbe immediatamente: 1) Fornire alla Groenlandia un pacchetto di difesa comprensivo di Leopard, F-16, sistemi Patriot e tutto il campionario Nato. Se armiamo Kiev contro Mosca, armiamo Nuuk contro Washington. 2) Inviare armi al Venezuela, vittima di invasione americana. La sovranità nazionale è sacra anche per Maduro, no? O conta solo quando ci fa comodo? 3) Approvare sanzioni contro gli Usa per minaccia all’integrità territoriale di uno Stato membro Ue. Embargo totale.
Naturalmente, non accadrà mai. Perché l’Europa non ha una politica estera, ha una politica di genuflessione. E i valori, quelli bellissimi valori di cui ci riempiono la bocca, valgono solo quando si tratta di sfidare la Russia (lontana, cattiva, senza basi militari sul nostro territorio), non contro l’America (vicina, buona, con più basi in Europa di quante pizzerie ci siano a Napoli).
Così, mentre Trump progetta il prossimo “cambio di regime” – magari a Copenaghen, tanto vale – noi europei continueremo a fare quello che sappiamo fare meglio: parlare di valori la domenica e ingoiare rospi il lunedì.