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L’Isis sfrutta la parentela per reclutare e radicalizzare i terroristi: così gli attacchi nascono in famiglia

Il conflitto non è più tra individuo e gruppo, ma tra individuo e se stesso: uscire significa tradire contemporaneamente la causa e la propria famiglia, un costo psicologico altissimo
L’Isis sfrutta la parentela per reclutare e radicalizzare i terroristi: così gli attacchi nascono in famiglia
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L’attacco a Bondi Beach, compiuto dalla coppia terroristica Sajid e Naveed Akram – padre e figlio, entrambi affiliati all’Isis – ci riporta nel tempo ad una serie di altri attentati progettati in famiglia.

Il legame familiare ha avuto un ruolo rilevante in diversi casi di attentatori legati alle organizzazioni terroristiche soprattutto nei processi di radicalizzazione e di reclutamento. Numerosi studi mostrano che la scelta di aderire al jihadismo non nasce quasi mai in modo isolato, ma si sviluppa all’interno di reti relazionali strette, dove la famiglia rappresenta uno dei contesti più influenti. In diversi attentati riconducibili all’Isis sono emersi fratelli, cugini o coniugi coinvolti insieme, oppure radicalizzati in modo progressivo gli uni dagli altri.

Said e Cherif Kouachi erano due fratelli franco-algerini di 32 e 34 anni, votati alla causa jihadista nell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo; negli attentati di Boston abbiamo avuto i fratelli Tsarnaev; negli attentati di Parigi abbiamo avuto i fratelli Abdeslam; e nella strage di San Bernardino abbiamo avuto una coppia composta da marito e moglie, Syed Rizwan Farook e Tashfeen Malik. Il vincolo familiare rafforza la fiducia reciproca, riduce il rischio di infiltrazioni esterne e favorisce la costruzione di un’identità condivisa basata sulla lealtà e sull’obbedienza al gruppo. In questi casi, l’ideologia estremista si intreccia con dinamiche affettive: protezione, emulazione, senso di appartenenza e dovere verso i propri cari.

L’Isis ha inoltre sfruttato consapevolmente la famiglia come strumento strategico, promuovendo l’idea di un “jihad domestico” e incoraggiando interi nuclei familiari a sostenere la causa, sia direttamente negli attacchi sia attraverso supporto logistico e morale. Uno studio condotto dalla Pennsylvania State University che ha esaminato le interazioni di 120 presunti lupi solitari ha dimostrato che nel 64% dei casi i familiari e gli amici erano consapevoli dell’intento dell’individuo di impegnarsi in un’attività legata al terrorismo. Il dottor Rik Coolsaet, esperto belga di terrorismo, ha riscontrato come la parentela e l’amicizia hanno molta più importanza rispetto alla religione, alla località o qualunque altra cosa.

Il ricorso ai matrimoni come strumento di consolidamento dei legami tra jihadisti e comunità locali è una strategia tutt’altro che recente, che affonda le radici nelle tradizioni tribali. In passato, alcuni “arabi afghani” diedero in sposa figlie o sorelle a compagni di lotta jihadista. L’algerino Abdullah Anas, ad esempio, sposò la figlia del suo mentore, il palestinese Abdullah Azzam. Anche se questi matrimoni non erano sempre concepiti per costruire alleanze politiche durature, finirono comunque per produrre effetti simili, rafforzando reti di fiducia e appartenenza. Un altro caso emblematico è quello di Abu Musab al-Zarqawi, che fece sposare la propria sorella a Khaled Mustafa al-Aruri (conosciuto come Abu Qassam o Abu Ashraf), uno dei suoi collaboratori più stretti tra il 1989 e il 2001. Allo stesso modo, si ritiene che Osama bin Laden abbia organizzato il suo matrimonio con Amal al-Sada, una donna yemenita appartenente a una potente tribù della regione montuosa di Ibb, con l’obiettivo di rafforzare il reclutamento e il radicamento di al-Qaeda in Yemen.

Nel complesso, questi esempi mostrano come, nel jihadismo, i vincoli di sangue e di matrimonio abbiano spesso rappresentato un fattore chiave per la diffusione e la stabilità delle organizzazioni terroristiche, talvolta più incisivo dell’ideologia stessa. Per questo motivo abbandonare il gruppo diventa estremamente difficile. Significherebbe deludere o tradire i propri cari, rompere legami affettivi fondamentali, perdere la propria identità sociale ed emotiva. Il conflitto non è più tra individuo e gruppo, ma tra individuo e se stesso: uscire significa tradire contemporaneamente la causa e la propria famiglia, un costo psicologico altissimo che rafforza ulteriormente la permanenza nel gruppo.

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