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Sostenere che la pace in Ucraina mette a rischio il Kosovo è folle. Ma se finisce la guerra, per l’Ue finisce la scusa

La ricetta è sempre la stessa: curare il malato ammazzandolo. Per salvare il Kosovo, dobbiamo distruggere l'Ucraina. Per difendere la democrazia, dobbiamo vietare il dissenso
Sostenere che la pace in Ucraina mette a rischio il Kosovo è folle. Ma se finisce la guerra, per l’Ue finisce la scusa
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di Francesco Valendino

C’era una volta la pace. Ve la ricordate? Era quella cosa noiosa che si augurava a Natale, quella per cui davano i Nobel (a volte a caso, tipo a Obama o all’Ue, ma tant’è) e che, in linea di massima, era considerata preferibile allo sbudellamento di esseri umani nelle trincee. Ecco, dimenticatela. Secondo le nuove tavole della legge vergate dai think tank illuminati che sussurrano alle orecchie di Ursula von der Leyen, la pace è diventata la nuova peste bubbonica.

L’ultimo grido di dolore arriva dall’European Council on Foreign Relations (Ecfr), uno di quei consessi di cervelloni che, se gli chiedi di cambiare una lampadina, ti scrivono un paper di 40 pagine sulla resilienza energetica del filamento di tungsteno. La tesi della dottoressa Morina è sublime nella sua follia logica: se per sbaglio scoppia la pace in Ucraina, allora scoppierà la guerra in Kosovo.

Avete capito bene. Il ragionamento fila liscio come un blindato in discesa senza freni: se a Kiev si smette di sparare e si accetta che la Crimea è russa (cosa che sanno anche i sassi, ma non si può dire), allora quel cattivone di Vučić in Serbia si sentirà autorizzato a mangiarsi il Kosovo e un pezzo di Bosnia. Quindi? Quindi l’unica soluzione per proteggere i Balcani è continuare a far massacrare gli ucraini. È la geopolitica del “muoia Sansone con tutti i filistei”, ma aggiornata alla salsa di Bruxelles: “Muoia l’ucraino affinché il kosovaro stia tranquillo”.

Siamo di fronte alla psicosi conclamata. L’Europa, che non tocca palla da anni e si è ridotta a fare la cameriera della Nato portando le munizioni al tavolo, è terrorizzata dall’arrivo dell’Uomo Nero Arancione (Trump). L’analisi dell’Ecfr trasuda sudori freddi: oddio, e se Donald arriva e fa la pace? Se chiude il rubinetto dei dollari e costringe Zelensky a trattare? Sarebbe una “resa a Putin”, dicono loro. Sarebbe la fine del massacro, direbbe una persona normale.

Ma per i nostri strateghi da divano, la pace è un “precedente pericoloso”. Molto meglio il precedente attuale: una guerra d’attrito infinita, un continente in recessione, la Germania deindustrializzata e la diplomazia sostituita dall’invio di carri armati.

La verità è che a Bruxelles tremano non per il Kosovo, ma per loro stessi. Se finisce la guerra, finisce la scusa. Non potranno più dire che l’inflazione è colpa di Putin, che la crisi è colpa di Putin, che se piove è colpa di Putin. E soprattutto, dovranno ammettere che per evitare che la Serbia faccia la Serbia, bastava fare politica estera dieci anni fa, invece di appaltare il cervello a Washington.

Invece no. La ricetta è sempre la stessa: curare il malato ammazzandolo. Per salvare il Kosovo, dobbiamo distruggere l’Ucraina. Per difendere la democrazia, dobbiamo vietare il dissenso. Per avere la pace, dobbiamo fare la guerra. Orwell era un dilettante: non aveva previsto i policy fellow dell’Unione Europea.

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