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Zaia: “Le regionali in Veneto saranno un referendum sui miei 15 anni di governo”. E se vince Stefani è già pronta la poltrona da deputato

Con il voto del 23 e 24 novembre, il governatore uscente vuole salvaguardare il patrimonio politico raccolto in questi anni. Il rischio per la Lega è che cannibalizzi la rappresentanza maschile del partito. Visto che la legge elettorale prevede la doppia preferenza con diversità di genere
Zaia: “Le regionali in Veneto saranno un referendum sui miei 15 anni di governo”. E se vince Stefani è già pronta la poltrona da deputato
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Luca Zaia, arrivato all’epilogo del terzo mandato, ha dichiarato esplicitamente qual è l’obiettivo che lo ha indotto a presentarsi alle prossime elezioni regionali come capolista della Lega in tutte le sette circoscrizioni del Veneto. Vuole trasformare il voto in un referendum su ciò che la sua figura amministrativa ha rappresentato per la Regione. Saranno per lui le quinte votazioni dopo che nel 2005 fu eletto per la prima volta e divenne vicepresidente della giunta capeggiata dal forzista Giancarlo Galan, per dimettersi nel 2008 quando divenne ministro dell’Agricoltura. Nel 2010 fu eletto presidente per la prima volta, ripetendosi nel 2015 e nel 2020. L’appuntamento del 23 e 24 novembre segnerà la sua uscita di scena dall’esecutivo, visto che è ineleggibile a quella carica, dovendosi consolare di un posto da consigliere regionale.

Difficile pensare che egli possa restare nell’assemblea di Palazzo Ferro Fini a Venezia, anche se dovesse esservi portato, come egli si augura, a furor di popolo leghista. Per Zaia potrebbero spalancarsi le porte della Camera dei Deputati nel caso, alquanto probabile, che venga eletto governatore il giovane Alberto Stefani, candidato del centrodestra, che lascerebbe libero uno scranno a Montecitorio, da coprire con votazioni suppletive.

Intanto Zaia ha lanciato un segnale. “Ogni elezione ha una storia a sé e che spero il Veneto dia un bel segnale. Per quanto mi riguarda, sarà una sorta di referendum su quello che sono stati i miei 15 anni di governo: per questo motivo ho anche deciso di candidarmi in tutti i collegi”. La dichiarazione non lascia dubbi. L’elaborazione del lutto per la mancata possibilità di candidarsi per la quarta volta è un processo lungo e laborioso, soprattutto quando si è goduto di un potere assoluto, seppure in democrazia, vista la schiacciante maggioranza su cui ha potuto fare affidamento in particolare negli ultimi cinque anni. La sua giunta assomigliava a un monocolore leghista, con un solo assessore di Fratelli d’Italia, grazie al 77% di consensi ottenuti nel 2020, le elezioni del dopo-Covid.

Eppure Zaia cerca una nuova investitura, forse da far valere su altri tavoli politici, per non disperdere il patrimonio personale raccolto in questi anni. Il rischio è però che, oltre a garantire una ripresa elettorale della Lega, egli la cannibalizzi, ai danni della rappresentanza maschile. La legge elettorale prevede, infatti, la doppia preferenza, con diversità di genere. Zaia capolista avrà il potere di attrarre inesorabilmente le scelte del candidato maschio. Si profila un suo successo personale ovunque, appiattendo i risultati degli altri leghisti, mentre le preferenze alle donne non ne risentiranno. Con il grande interrogativo di quale significato avrà quel bacino elettorale nel momento in cui egli si dimettesse per inseguire altri scenari politici, lasciando il partito orfano di una guida di provata esperienza. A domanda, Zaia non risponde. Ha preferito dire ai giornali locali qualche amenità (“Dopo il voto vado in Spagna a comperare un cavallo”) piuttosto che spiegare quali sono i suoi progetti.

Intanto sta facendo campagna elettorale a tappeto, tra feste, sagre e tagli di nastri. “I voti bisogna andarli a prendere casa per casa. Il militante è sempre pronto dall’alba al tramonto. – ha detto – Noi abbiamo realizzato l’infrastruttura più grande d’Italia, la Pedemontana Veneta, e poi vi ricordo le Olimpiadi invernali che inaugurerà Alberto Stefani. Il vero obiettivo che mi ero fissato è quello di rendere orgogliosi i veneti di andare in giro per il mondo e dire da dove vengono”. Alle spalle si lascia il referendum per l’autonomia del Veneto, che risale all’ottobre 2017 e che non ha portato ancora a una riforma compiuta dello Stato come Zaia si augurava.

Sulla decisione di fare il capolista ha pesato anche il rifiuto da parte degli alleati di centrodestra di autorizzare una lista contenente il nome di Zaia. Per questo tenta l’ultimo colpo di coda, con un’ultima aggiunta che sembra andare in controtendenza rispetto alle polemiche che accompagnano le Olimpiadi Milano Cortina. “Sono convinto che si possa fare, ci vogliono anni, ma potremmo farcela: è quella di pensare alle Olimpiadi estive. Sorridete e sorridevano tanti anche per le Olimpiadi invernali. Ma pensare a un dossier innovativo per le Olimpiadi estive valorizzando territori che non sono mai stati valorizzati potrebbe essere una grande partita. Ovviamente il dossier deve aprirsi con Venezia”.

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