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Zverev in lacrime e il gesto di Sinner: ricordiamoli così, nella dignità della sconfitta

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Che dire ancora su Jannik Sinner? Nulla, che ha la freddezza di un chirurgo, la forza mentale di un Mohammed Alì, il coraggio di un Valentino rossi. Questo e altro dopo gli Australia open, ma a guardare bene la cerimonia della premiazione, non è la sua innegabile superiorità a svettare, ma la tragica grandezza di Sasha Zverev. È lui l’eroe, proprio nel momento della sconfitta.

Vedere questo ragazzone alto poco meno di due metri, robusto, con un volto che ricorda il Ted Neeley di Jesus Christ Superstar, soffrire, scuotere tutto il suo corpo per cercare la massima potenza, e poi piegarsi, con aria triste di fronte all’algido avversario, implacabile. Ma non è la sconfitta sul campo a renderlo umano, è la sua prostrazione infinita, accasciato sulla sedia a capo chino dopo la partita. Sono le sue lacrime alla premiazione, quando ammette con grande onestà, che non vorrebbe essere lì, su quel podio, ancora una volta secondo. Quando si volta verso Sinner e gli dice, sconsolato: ci ho provato, ma sei il più forte. Ci vuole un grande coraggio per dirlo, per dirlo in mondovisione e la sua aura tragica si ammanta di un altro velo, quando, stringendo un banale piatto d’argento, dice: “forse non riuscirò mai a sollevare quel trofeo”.

In quelle parole, in quel viso affranto, in quelle lacrime c’è tutta la bellezza dello sport, quello vero, che va al di là dei forse scandalosi premi milionari, come c’è bellezza nel gesto di Sinner nell’abbracciare lo sconfitto, dimostrando che sa essere freddo solo quando bisogna esserlo.

È accaduto qualcosa di grande in quei pochi minuti. Ricordiamoli, non dimentichiamoli, in un mondo di vincenti a ogni costo, non perdiamo di vista la grandezza della sconfitta, quando è carica di dignità. Come la tua Sasha.

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