Il mondo FQ

“Chi è senza amici si ammala di più e rischia tumori e infarti. È colpa delle proteine della solitudine'”: la scoperta nel nuovo studio. Ecco cosa sono

Il professor Claudio Mencacci commenta al FattoQuotidiano.it le recenti scoperte sugli effetti che il sentirsi soli avrebbe sulla biologia umana
Commenti

Avere amici è come avere un tesoro, recita l’antico proverbio. Oggi potremmo dire che essere inseriti in una buona rete sociale è come prendere un farmaco efficace per metterci al riparo da malattie che non riguardano solo la mente, ma anche il cuore e il resto del nostro organismo. Un recente studio anglo-cinese pubblicato su Nature Human Behaviour ha infatti confermato la relazione positiva tra salute e presenza di amici, dimostrando a livello organico che cosa accade a chi soffre invece di isolamento o solitudine. Tutto è legato alla presenza di specifiche proteine nelle persone isolate. Se la loro salute è peggiore, è proprio per colpa di queste “proteine della solitudine” collegate a stress, colesterolo alto, resistenza insulinica, aterosclerosi che porta all’infarto fino allo sviluppo di tumori.

Lo studio
La ricerca, guidata da un team di scienziati delle università di Cambridge, nel Regno Unito, e di Fudan, in Cina, ha analizzato i dati della UK Biobank, in particolare i campioni di sangue di oltre 42mila adulti fra i 40 e i 69 anni. Sono stati esaminati i proteomi, il complesso di proteine circolanti. Al netto di fattori confondenti quali età, sesso e background socioeconomico, sono state identificate 175 proteine associate all’isolamento sociale e 26 legate alla solitudine. Ma come sono stati misurati isolamento e solitudine?

Il punteggio relativo all’isolamento sociale è stato ricavato da precisi fattori, come vivere da soli, avere pochi contatti con gli altri e un basso coinvolgimento in attività di gruppo; la misura della solitudine è stata invece ricavata dalla percezione soggettiva di sentirsi soli. A questo punto, gli studiosi hanno potuto individuare le proteine presenti a livelli maggiori nelle persone socialmente isolate o sole, e capire in che modo sono correlate a una salute più scadente.

Il ruolo delle “proteine della solitudine”
Molte di queste proteine vengono prodotte come risposta a infiammazioni, infezioni virali e come reazione immunitaria, oltre a essere collegate a malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, ictus e morte precoce. Inoltre, gli scienziati hanno trovato 5 proteine specifiche per la solitudine. “Sappiamo che l’isolamento sociale e la solitudine sono collegati a una salute peggiore, ma non abbiamo mai capito il perché – afferma Chun Shen del Dipartimento di neuroscienze cliniche dell’Università di Cambridge e dell’Istituto di scienza e tecnologia per l’intelligenza ispirata al cervello dell’Università di Fudan -. Il nostro lavoro ha evidenziato una serie di proteine che sembrano svolgere un ruolo chiave in questa relazione, con livelli di alcune proteine in particolare che aumentano come conseguenza diretta della solitudine”.

Attenzione alle proteine ADM e ASGR1
In precedenza, altri studi hanno evidenziato che in caso di senso di solitudine una specifica proteina, l’ADM, svolge un ruolo nella risposta allo stress e nella regolazione di ormoni dello stress e di ormoni sociali come l’ossitocina, il cosiddetto “ormone dell’amore”, alleato del buonumore. Gli scienziati hanno rilevato una forte associazione tra l’ADM e il volume dell’insula, centro cerebrale che presiede alla capacità di percepire cosa sta accadendo all’interno del nostro corpo: maggiori sono i livelli di ADM, minore è il volume di quest’area. Tra le altre cose, livelli maggiori di ADM sono stati associati a un rischio più alto di morte precoce.

C’è poi un’altra delle proteine della solitudine, l’ASGR1, i cui valori alti sono addirittura collegati a un colesterolo elevato e a un maggior rischio di malattie cardiovascolari. Altre ancora svolgono invece un ruolo nello sviluppo della resistenza insulinica anticamera del diabete, nell’aterosclerosi e nell’insorgenza del cancro.

Il parere dell’esperto
“Ricordo una dichiarazione ufficiale dell’Oms che considera la solitudine un problema di salute pubblica e globale. Nel nostro Paese interessa una persona su tre – spiega al FattoQuotidiano.it il professor Claudio Mencacci, copresidente Sinpf (Società italiana di neuropsicofarmacologia) e Direttore emerito di neuroscienze al Fatebenefratelli – Sacco di Milano -. Questo disagio è ormai arrivato a diventare di interesse pubblico a tal punto che nel 2018, nel Regno Unito, è stato fondato il Ministero della Solitudine che prevede un’attenzione a questo fenomeno anche a livello medico, con tanto di diagnosi e prescrizioni terapeutiche”.

Queste nuove conferme sulle ripercussioni sul nostro organismo di problemi psicologici potrebbero portare a ricercare in nuovi farmaci la soluzione di fenomeni così complessi come la solitudine?

“Non lo escluderei. Certo, si devono trovare altre soluzioni ma nel 21esimo secolo, definito il secolo della solitudine, anche la possibilità di un aiuto farmacologico è da considerare. Lo sanno bene le persone che soffrono di depressione. Almeno una parte di loro oggi si sente aiutata dai farmaci a non sentirsi inferiori, inadeguate e senza forze, e a non separarsi dagli altri”.

Qual è la differenza tra isolamento e solitudine?
“L’isolamento sociale è una condizione oggettiva misurabile, riguarda una persona che nell’arco di una settimana non ha contatti sociali. La solitudine invece può essere sia un sentimento ricercato o soggettivo, è il sentirsi soli indipendentemente dai rapporti sociali. In Italia, più del 50% si dichiara a volte sola; mentre il 18% soffre spesso di solitudine, e questo non vuol dire che è isolata. La cosa più importante da sottolineare è che tutto questo può pesare sulla salute, incrementando il rischio di patologie cardiache, ictus, le stesse infezioni. Non si verifica dunque solo un impatto sulla salute mentale, fatto già di per sé grave, ma anche a livello organico”.

I medici devono cambiare prospettiva

Di fronte al fenomeno della solitudine così diffusa bisognerebbe allora cambiare l’approccio alle cure.
“Andrebbe modificata proprio l’impostazione della sanità, tenendo conto dell’impatto sulla salute di questa condizione. A partire dall’aumento di soggetti che si occupino di facilitare i rapporti con le persone nel territorio, nei quartieri. Gli stessi medici dovrebbero iniziare a prescrivere terapie per la solitudine”.

In che modo?
“Offrire consigli sullo stile di vita e suggerire occasioni per aumentare la socialità. In altre parole, come giustamente si fa quando si consiglia di non fumare, bere alcol o fare più attività fisica, lo stesso andrebbe suggerito nell’ambito dei rapporti sociali. Ormai sappiamo che ignorare questi aspetti aggrava le condizioni di vita delle persone. L’isolamento sociale è un serio rischio per il benessere globale di tutti noi e bisogna combatterlo”.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione