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“Messaggi portati in carcere per far comunicare detenuti e familiari”: indagato il cappellano di Rebibbia padre Lucio Boldrin

Il sacerdote, che opera nel penitenziario dal 2019, aveva partecipato al rito dell'apertura della Porta Santa con Papa Francesco. La Procura ipotizza il reato di favoreggiamento
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Messaggi e bigliettini recapitati in carcere per consentire ai detenuti in attesa di giudizio di comunicare con l’esterno. E’ l’accusa in forza della quale la Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati padre Lucio Boldrin, veronese, 65 anni, appartenente alla congregazione dei padri Stimmatini, sacerdote da 40 anni, laureato in bioetica e soprattutto cappellano a Rebibbia dal 2019. L’ipotesi di reato è favoreggiamento. La notizia, raccontata in particolare dal Messaggero e da Repubblica, è pubblica da quando ieri padre Boldrin si è presentato all’ingresso del penitenziario ed è stato invitato a recarsi in direzione. Qui gli è stato notificato il decreto di perquisizione: il nucleo investigativo della polizia penitenziaria ha cercato elementi di prova nella sua abitazione, nell’area comune del carcere, nello studio del prete, nella cappella interna. La penitenziaria ha portato via cellulare, tablet, pc, ma anche documenti e appunti. Al momento al sacerdote è stato sospesa la possibilità di entrare nella struttura. L’inchiesta è coordinata dai pm Stefano Pizza e Antonio Verdi.

Boldrin è un volto noto nella Chiesa romana. Nel giorno di Santo Stefano, naturalmente, ha partecipato alla cerimonia di apertura della Porta Santa proprio a Rebibbia, con Papa Francesco. Il sacerdote ha spesso parlato del dramma dei detenuti e di come è stato “cambiato” dal trasferimento nel carcere, nel quale sono recluse 1600 persone a fronte di una capacità di 1150. E’ noto anche il “diario” tenuto su facebook sull’esperienza nel penitenziario. “Un’altra giornata in carcere, dove non si incontra il reato ma l’uomo con le sue debolezze, peccati, speranze e delusioni – aveva scritto mercoledì, come scrive il Messaggero – Il mercoledì è il giorno che dedico, in modo particolare, alle confessioni… e capitano giorni come questi dove oltre alla richiesta di perdono trovi alcuni che hanno la volontà di raccontarti la loro vita, non per giustificarsi, ma certo uno comprende che il tarlo del male inizia, per alcuni, fin dai primi anni tra paure, sofferenze, soprusi, mancanza di affetto, violenze e il dover sopravvivere ed esempi, in famiglia, non sicuramente positivi… e la maledetta droga come elemento di fuga e poi con l’illusione di fare i soldi facili”. La testimonianza continua: “Ho incontrato anche ragazzi con bisogni di cure: 33 anni discopatia progressiva, sclerosi ossea, artrosi che chiede solo di essere curato…, un altro con la scabbia, ad un detenuto ho dovuto comunicargli il decesso della moglie di 49 anni per un tumore, un ragazzo che mi parlava della sua esperienza in una Rems… mi sembrava di ascoltare i trattamenti nei lager… ho letto negli occhi tanta delusione e mancanza di speranza o forse più una giustizia equa… ciò è lo specchio che incontro in carcere, in certi giorni in maniera maggiore rispetto ad altri. Oggi c’è stato un richiamo alle parole del Papa: “In carcere ci sono i pesci piccoli, i grandi sfuggono”.

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