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La famiglia Attanasio si appella di nuovo allo Stato: “Solo il governo può chiedere al Pam di revocare l’immunità ai suoi dipendenti”

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L’unica possibilità di riaprire il processo per l’omicidio dell’ambasciatore Luca Attanasio è una rinuncia da parte del Programma Alimentare Mondiale (Pam) all’immunità per i suoi dipendenti che erano accusati di omicidio colposo e omesse cautele. Ma, come spiega nelle sue motivazioni la giudice per l’udienza preliminare, Marisa Mosetti, che ha disposto il non luogo a procedere nei confronti di Rocco Leone e Mansour Rwagaza, “non risulta che lo Stato italiano – unico soggetto legittimato a interloquire sul tema con l’Organizzazione – abbia richiesto al Pam e all’Onu di rinunciare all’immunità per i propri funzionari”. Per questo la famiglia del diplomatico ucciso in Repubblica Democratica del Congo insieme al carabiniere di scorta, Vittorio Iacovacci, e all’autista del Pam, Mustapha Milambo, torna a chiedere che il governo e le istituzioni si schierino dalla loro parte nella ricerca di verità e giustizia sul triplice omicidio.

A poche ore dalla pubblicazione delle motivazioni della giudice, l’avvocato Rocco Curcio, che assiste la famiglia Attanasio, parte proprio da questo passaggio della giudice per rivolgersi di nuovo all’esecutivo di Giorgia Meloni. Dopo le numerose promesse di assistenza ricevute e mai rispettate, come denunciato in passato dal padre del diplomatico, Salvatore Attanasio, adesso i familiari si aspettano che lo Stato possa iniziare a fare pressione sul Pam. Il punto, sostiene l’avvocato Curcio in un comunicato, è che “l’adesione alla prassi consuetudinaria richiamata all’interno del provvedimento (quella di concedere l’immunità a tutti i dipendenti delle organizzazioni Onu nell’esercizio delle loro funzioni, ndr) non può, e non deve, impedire allo Stato di perseguire l’obiettivo primario costituito dall’accertamento della verità e della responsabilità di tutti coloro che, a vario titolo, sono coinvolti in questa triste vicenda”.

A questo proposito, si legge, “preoccupa la posizione dello Stato italiano soprattutto in merito alle ulteriori indagini in corso volte a individuare gli autori materiali del duplice omicidio, nonché, il movente sotteso, laddove la cooperazione giudiziaria ed investigativa richiede iniziative diplomatiche incisive”. Parole che fanno il paio con quelle del padre che si è appellato numerose volte, in questi tre anni e mezzo, allo Stato italiano affinché si costituisse parte civile nel processo. Una mossa che Roma non ha mai compiuto. Il motivo? “Interesse nazionale“.

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