di Michele De Pascale, sindaco di Ravenna e presidente della Provincia

È trascorso un anno da quella terribile alluvione che ha colpito la Romagna, prima il 2-3 maggio, poi il 16-17 maggio 2023. Ciò che ci siamo trovati ad affrontare un anno fa è stato qualcosa di assolutamente inedito e di una portata devastante; in 17 giorni si sono riversati sui nostri territori 350 milioni di metri cubi d’acqua, 23 fiumi sono esondati, ci sono stati 80mila frane, 17 morti e 23mila famiglie coinvolte, danni per 8,5 miliardi certificati dall’Ue (5 per il pubblico e 3,5 per i privati).

Ad oggi il mio giudizio sulla messa in sicurezza del territorio e i risarcimenti alle imprese e ai cittadini purtroppo è negativo; si è perso tantissimo tempo fin dall’inizio, già quando ci veniva contestata la quantificazione dei danni, che poi invece è stata confermata da Bruxelles.

Il Governo ha gestito questa emergenza con diffidenza nei confronti degli enti locali e della Regione, e l’incrinarsi del patto di fiducia che ci deve essere tra istituzioni, soprattutto in una situazione di emergenza, ha rallentato ulteriormente la fase di ricostruzione.

Al momento purtroppo famiglie e imprese non hanno ancora ricevuto i doverosi indennizzi promessi dal Governo un anno fa; c’è frustrazione e sconforto perché le risorse stanziate sono insufficienti e per la lentezza e la complessità burocratica alla quale i cittadini si trovano di fronte nel presentare domanda per i rimborsi; fino a ieri per i mobili e gli elettrodomestici danneggiati e distrutti – che rappresentano una parte molto significativa dei danni – non era prevista nessuna forma di indennizzo.

È notizia recente che finalmente il Governo abbia accolto la richiesta invocata fin da luglio scorso da sindaci e comitati degli alluvionati, prevedendo una misura che consenta di indennizzare anche i beni mobili. Per il momento riguardo a ciò c’è solo l’annuncio che verrà fatta la norma la settimana prossima, ma ancora non abbiamo potuto leggerla e questo è paradossale.

Se guardiamo l’elenco dei pagamenti presenti sul sito della struttura commissariale (aggiornato al 14 maggio) vediamo spuntare tra i tanti comuni anche una manciata di nuclei familiari con 24 ordini di pagamento firmati a beneficio di 21 famiglie (per una sola ci sono infatti tre mini-ordini di pagamento da 2.490, 4.011 e 3.391 euro). Un esiguo gruppo di fortunati, che hanno ricevuto in tutto 202.423,07 euro. Alle famiglie, dunque, è andato per la ricostruzione solo lo 0,09% delle somme effettivamente giunte a destinazione. A queste si aggiungono, con ulteriore passacarte, l’agenzia Consap che ha ricevuto finanziamenti da trasferire alle famiglie per 614.278,33 euro, che però sono ancora circa lo 0,3% delle famiglie colpite.

Attualmente la maggior parte dei risarcimenti è limitata ai contributi di autonoma sistemazione (Cas) e di immediato sostegno (Cis) o alle donazioni.

A proposito di donazioni, ad esempio, il Comune di Ravenna ha potuto destinare circa 5 milioni di contributi alle famiglie maggiormente colpite dall’alluvione, perché disponeva di un fondo comunale di oltre 7 milioni costituito dalle donazioni dei privati, offrendo così ai propri cittadini alluvionati un po’ di sostegno, cosa che ovviamente non è stata possibile in altri comuni dove l’entità delle donazioni è stata più esigua.

Anche la situazione delle imprese desta preoccupazione; solo a titolo di esempio, in questi giorni, la Cna di Ravenna ha presentato un puntuale studio sulle aziende associate danneggiate, 293, con danni complessivi stimati per 35,6 milioni di euro, con il 16% delle aziende che hanno avuto danni oltre i 100mila euro.

Tra le zone più colpite Lugo, Faenza e Ravenna nord, solo per citare quelle con numeri e danni più elevati. In questa platea, le associate che hanno ricevuto contributi statali sono state solo 4, per un totale di 6.133.000 euro, ovvero appena l’1.37% e perché hanno beneficiato dei fondi stanziati esclusivamente per l’export e l’internazionalizzazione. Viene da domandarsi: se lo stesso Governo ha offerto una soluzione tanto veloce per le imprese che esportano, perché costringe tutte le altre a lunghe e complesse procedure?

Un’altra cifra che racconta una parte del disastro: Confindustria ci dice ancora che in Romagna il 42% delle aziende è partito senza ristori, mentre le altre ci sono riuscite grazie alla copertura delle proprie polizze. Una garanzia che per i più resta un miraggio, visti i premi schizzati alle stelle nel post alluvione. Chi ha potuto, dunque, è andato avanti da solo, a fronte di ostacoli burocratici molto pesanti e con l’entità delle risorse disponibili sempre poco chiara.

Le pratiche caricate su Sfinge dalle imprese vanno a rilento; solo a Faenza, città fra le più colpite, la metà ha avuto bisogno d’integrazioni e abbiamo 22 pratiche su 640 potenziali imprese, che hanno chiesto 1,6 milioni ricevendo appena 21mila euro.

Anche per quanto riguarda gli enti locali ci sono diverse difficoltà, pur essendoci le risorse. Le somme stanziate in loro favore (2,2 miliardi con l’aggiunta di 1,5 dal Pnrr) con l’obiettivo di mettere in sicurezza il territorio sono complicate da spendere e saranno difficili da utilizzare se non sarà consentita l’assunzione di tecnici necessari alla messa a terra di fondi. Per la ricostruzione dopo il terremoto del 2012 fu possibile, invece, l’assunzione di mille persone negli enti locali. In questo frangente sono i comuni più piccoli, con un organico meno attrezzato, a farne le spese.

Altra chimera, dopo un anno, è ancora il piano speciale per la sicurezza strutturale del territorio, uno strumento che doveva essere già approvato. Per ora la Regione con i soldi del commissario ha fatto quanto in suo potere, ovvero i lavori di primo ripristino e messa in sicurezza, riparando argini e rimuovendo le frane, ma ora servono opere strutturali.

È vero che le piogge che hanno provocato le alluvioni (e che ne stanno provocando proprio in questi giorni in altre zone d’Italia) sono state senza precedenti, ma è altrettanto vero che i nostri territori e le nostre comunità hanno subito una ferita profonda e dobbiamo impegnarci non solo affinché siano assicurati i doverosi indennizzi, ma anche a dare vita a un piano straordinario di ricostruzione e di aumento della difesa del nostro territorio dal rischio idraulico, che tenga conto delle conseguenze dei cambiamenti climatici in atto e che ci faccia essere all’altezza del lavoro fatto in questo senso secoli fa dai nostri avi, ma che oggi non è più sufficiente.

Personalmente sento sulle spalle la responsabilità storica di dimostrare che abbiamo imparato da ciò che è avvenuto, e di lasciare alle nuove generazioni una Romagna più sicura di quella che abbiamo ereditato.

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