Il grande business cui puntano le squadre di calcio, si sa, è il possedere uno stadio in proprietà. Anche perché, grazie alla accondiscendente normativa italiana, oltre allo stadio si possono realizzare servizi di carattere commerciale, più o meno legati al business del pallone. In questa ottica si deve leggere il rifacimento dello stadio Meazza a Milano, dove giocano le due squadre meneghine, Inter e Milan. La vicenda del Meazza si trascina da anni e pare non ancora terminata. Ma le società calcistiche scalciano (scusate il bisticcio di parole) e vedono di attrezzarsi fuori dalle mura cittadine. Peccato che ovviamente i terreni dove pensano di erigere gli stadi siano aree verdi, che verrebbero completamente cementificate ed asfaltate.

Per l’Inter si tratta di un terreno in Comune di Rozzano (La Gazzetta dello Sport lo definisce simpaticamente “spazio abbandonato”!). Per il Milan di un terreno in Comune di San Donato Milanese. Ma se il primo progetto è ancora in itinere, il secondo sembra già ben avviato, e qui vorrei entrare di più nel merito perché è una classica vicenda all’italiana.

Il terreno interessato è sempre stato coltivato fino a qualche anno addietro ed infatti la denominazione è Cascina San Francesco, e si estende per circa ventinove ettari, racchiusi tra ferrovia e tangenziale. Con all’interno anche un’area umida di circa 8000 metri quadrati, già segnalata nel 2021 dal Wwf all’amministrazione comunale. Oltre la tangenziale si estende il Parco Agricolo Sud Milano. Proprio nell’area individuata dalla società calcistica doveva essere realizzata Sportlifeciy, un progetto ambizioso concepito da una s.r.l. con eguale nome nel 2017: “Si vuole creare un distretto con quattro aree dedicate allo Sport, Salute, Istruzione e allo Svago, con l’obiettivo di integrare gli sport tradizionali con gli E-Sport e la Tecnologia”.

L’area si prestava nel senso che già negli anni 90 (giunta di sinistra) fu resa edificabile con destinazione terziario, mentre con la giunta Pd precedente a quella attuale la sua destinazione fu modificata in sportiva, aderendo ai desiderata dei proponenti la cittadella dello sport. Peraltro non fu firmata alcuna convenzione tra la s.r.l. ed il Comune. E comunque con l’attuale giunta sembrava che il progetto non potesse concretizzarsi in quanto il futuro sindaco dichiarò in una riunione pubblica del maggio 2022, in campagna elettorale, organizzata da GreenSando e WWF sud Milano, che avrebbe difeso tutti i suoli “ad oggi permeabili”. Ma ecco che nella primavera del 2023 compare invece sui quotidiani la notizia che il sindaco Squeri sarebbe entusiasta delle proposta di AC Milan di costruire il nuovo stadio proprio su quei terreni. E l’8 giugno 2023 il Milan si porta avanti nei lavori ed acquista il 90% di SportLifeCity s.r.l.

Il tutto non passa inosservato alla cittadinanza di San Donato, e in particolare all’associazione GreenSando, che già nel 2020 aveva presentato una petizione al Parlamento Europeo per la difesa del suolo a San Donato e nell’area sud est Milano, petizione che è tutt’ora in itinere, e che integra ovviamente adesso la problematica dello stadio. Nel mese di giugno dell’anno scorso si crea nel Comune un apposito Comitato del No allo Stadio in cui confluiscono solo singoli cittadini, anche se appartenenti a varie associazioni o formazioni politiche. Il comitato organizza una serie di attività ed incontri pubblici, ed in breve raccoglie oltre 3000 firme di protesta.

Le ragioni dell’opposizione – a mio avviso – sono più che valide. La prima è che era un impegno del nuovo sindaco quello di non impermeabilizzare nuove aree. La seconda è che per realizzare lo stadio e tutti i servizi connessi, soprattutto vie di accesso e parcheggi, di ettari ne occorrerebbero circa 54: 29 dell’area ex Sportlifecity, più 18 di Parco Agricolo Sud, più 7 di opere di viabilità. La terza è l’afflusso che per ogni partita si avrebbe di decine di migliaia di tifosi, creando problemi di traffico, di parcheggi, di inquinamento, il tutto altamente concentrato in determinati giorni: gli eventi sportivi finirebbero per condizionare pesantemente la vita cittadina. La quarta è paesaggistica e di opportunità: lo stadio sorgerebbe a poca distanza dall’Abbazia di Chiaravalle, luogo storico di culto e di pace. A tale proposito la nipote di Enrico Mattei ha scritto in questi giorni al cardinale Delpini di Milano, ma soprattutto a Paolo Scaroni, presidente del Milan, affinché receda dall’intento di edificare proprio in quel luogo. E gli stessi monaci sono ovviamente preoccupati per il progetto.

A margine, ma non molto, giova sottolineare che San Donato rischia già di perdere altre aree verdi. C’è il Pratone, nove ettari di suolo già agricolo – ovviamente oggi reso edificabile – in centro città. Collegato al Pratone c’è il De Gasperi Ovest, un’area simile, di altri nove ettari, di minore valenza ambientale, sulla quale tuttavia è nato un bosco spontaneo. C’è poi l’area di Monticello dove si era parlato di un nuovo quartiere che sarebbe dovuto sorgere su campi di granoturco per una superficie di sei/sette ettari. Ed altri interventi minori sono previsti. Insomma, la scelta di San Donato Milanese quale sede di uno stadio ha molte problematicità, e non è così semplice e piana, come soprattutto i giornali sportivi ce la vogliono presentare. In questi giorni è tornata intanto d’attualità la ristrutturazione dello stadio Meazza senza interrompere le attività sportive al suo interno. Un po’ come accaduto col Santiago Bernabeu di Madrid. L’amministrazione milanese è stata affiancata da Webuild, che ormai ha il monopolio delle grandi opere in Italia.

Magari dello stadio di San Donato non se ne farà nulla. Ma allora, domanda: che fine farà quell’area?

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