La più applaudita fra le personalità attese alla Prima del Don Carlo che inaugura la stagione scaligera è Liliana Segre. La senatrice a vita, accolta al suo ingresso al Teatro alla Scala dal primo cittadino Beppe Sala e dal sovrintendente Dominique Meyer, ha ricevuto le strette di mano più calorose e gli applausi della platea. Si è soffermata solo un attimo nel foyer, in compagnia di Ornella Vanoni, ma tanto è bastato a renderla protagonista di una serata simbolo nel mondo. In assenza del presidente della Repubblica Mattarella, sembra quasi farne le veci: d’altra parte, siede nel posto che solitamente spetta al Capo dello Stato. “Mi manca Mattarella. Io non ho fratelli né sorelle ma gli voglio bene come a un fratello”, confida.

L’altra star della serata è stata Anna Netrebko (Elisabetta di Valois), soprano da brivido capace di rendere tutte le sfumature del suo personaggio. Il basso Michele Pertusi, nella parte di Filippo II, si è invece sentito male proprio prima di interpretare la scena del Grande Inquisitore, l’eccellente Jongmin Park, ma ha tenuto duro ed è riuscito a proseguire fino alla fine. Ecco, i 13 minuti di applausi finali sono stati soprattutto per loro, insieme al tenore Francesco Meli, infante di Spagna elegante e convincente, così come Luca Salsi -Rodrigo e la lettone Elīna Garanča nella Principessa d’Eboli. E se l’allestimento ha ricevuto fischi e qualche “buu” perché giudicato troppo statico se pur di grande effetto, gli artisti, compresi quelli del coro, sono stati in grado di restituire a Verdi la sua opera. La musica, con la direzione dell’orchestra della Scala di Riccardo Chailly non ha convinto invece il pubblico. Certo, è stata una Prima sottotono, soprattutto se confrontata con la grandeur dell’anno scorso. Non spicca il glamour. Anzi.

Gli ospiti hanno iniziato ad arrivare un’ora prima dell’inizio dell’opera diretta dal maestro Riccardo Chailly. Il primo è stato Bruno Vespa, seguito dalle giovani étoile Nicoletta Manni (in Armani Privè) e Timofej Andrijashenko, radiosi e sorridenti. Gli specchi del Piermarini amplificano i flash dei fotografi. Tra la folla spuntano i soliti look improbabili (che Prima sarebbe altrimenti?). Pochi abiti memorabili (e tutti a firma del “re” della moda milanese, Giorgio Armani).

Gli altri arrivi istituzionali, da Matteo Salvini e Ignazio La Russa fino a Maria Elisabetta Alberti Casellati si sono susseguiti veloci e in grande sobrietà, come nello stile milanese. Salvini è stato il primo ad entrare insieme alla compagna Francesca Verdini. Il presidente del Senato è entrato veloce nel foyer senza sostare, rubando la scena all’assessore milanese Tommaso Sacchi con Cristina Fogazzi – L’Estetista Cinica. Pochi passi dietro di loro il sindaco Beppe Sala con la compagna Chiara Bazzoli e la ministra Maria Elisabetta Alberti Casellati, elegantissima in nero luminoso con collier. Ornella Vanoni, con la sua chioma rossa e il taglio corto, anche lei in black, ha dichiarato con candore e schiettezza: “La lirica con me non c’entra ma ogni tanto bisogna venire alla Scala e questa è una bellissima opera”.

Roberto Bolle è in smoking e mantello d’ordinanza: “Per me è un ritorno a casa, frequento questo teatro da quando avevo 12 anni. Ho molte aspettative sull’opera perché non l’ho mai vista”. Grandi protagonisti della serata anche Pedro Almodovar e l’attore francese Louis Garrel: “È una serata molto bella. Questa è la mia cultura, perché parla della storia di noi spagnoli. Sono molto felice, è la mia prima volta qui, sono davvero molto eccitato”, le parole del regista spagnolo alla sua prima volta alla Scala. Dietro di lui un paio di signore cercano l’attenzione delle telecamere: hanno fatto uno strappo alla regola vestendo di rosso come presa di posizione contro la violenza sulle donne. L’ultima ad arrivare è Patti Smith, inconfondibile con la sua chioma scarmigliata. Alle 17.55 le porte del teatro si chiudono e tutti entrano in sala.

Standing ovation e lunghi applausi hanno accolto la senatrice a vita Liliana Segre al suo ingresso sul palco reale. Segre si è accomodata al centro con accanto da una parte il presidente del Senato, Ignazio La Russa, e dall’altra il sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Un terzetto inedito sul palco d’onore, dato dall’assenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della premier Giorgia Meloni. In seconda fila il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, il vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Salvini, il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, la ministra per le Riforme, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e il prefetto di Milano, Claudio Sgaraglia. Dopo una breve introduzione del sovrintendente Dominique Meyer e l’inno di Mameli, in sala si è udito un grido provenire dal Loggione: “Viva l’Italia antifascista”. Quindi il maestro Riccardo Chailly ha abbassato lo sguardo e, con la bacchetta ben salda in mano, ha dato il via al Don Carlo.

Sul palco è il nero a dominare. Non è il colore della morte ma quello del potere e della sua solitudine che percorre tutta l’opera, nella regia Lluis Pasqual. Una grande struttura al centro del palcoscenico ricorda le vetrate delle cattedrali. ma anche la verticalità delle ambizioni umane. Il primo atto s si apre sul chiostro del convento di San Giusto, dove mentre un frate prega dinanzi alla tomba di Carlo V, don Carlo, infante di Spagna, si abbandona ai ricordi dell’incontro con la sua amata, Elisabetta di Valois andata in sposa a suo padre Filippo II. Alle 19.10 cala il sipario sul primo atto. Tutti nel foyer per un brindisi e le foto di rito. Ma non il presidente del Senato La Russa non ha lasciato il palco reale: lui si è fermato a parlare nel retropalco, fra l’altro con la senatrice a vita Liliana Segre e non è andato nel camerino di Riccardo Chailly per salutare il maestro come inizialmente ipotizzato e come tradizionalmente avviene. Sono andati invece il sindaco Giuseppe Sala, il sovrintendente Dominique Meyer e il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. Ieri i rappresentanti della Cgil e di Anpi Scala avevano detto che non avrebbero partecipato a un eventuale momento di saluto con il presidente del Senato. Salvini si è invece fermato con i giornalisti e ha commentato così il grido udito in sala: “Se poi uno va a sbraitare alla Scala ha un problema, è al posto sbagliato. Alla Scala si ascolta, non si urla“.

Fra le prime critiche all’opera quella sulla sua staticità. “Non c’è molto movimento ma l’opera è bellissima”, ha detto l’étoile Roberto Bolle durante l’intervallo del Don Carlo. Ha poi definito bellissime le scenografie, l’allestimento e straordinari gli interpreti. Ma il ballerino non è stato l’unico a esprimere questa critica. “La scenografia, finalmente tradizionale, forse è un pochino scura, triste e statica”, ha sottolineato il direttore d’orchestra (pucciniano) Alberto Veronesi.

Alla fine del secondo intervallo c’è un colpo di scena: Michele Pertusi, il basso che interpreta il re di Spagna Filippo II ha avuto un problema di salute alla gola. È il sovrintendente Meyer ad annunciarlo sul palco, sottolineando che l’artista andrà comunque avanti. Il sipario resta calato per diversi minuti, poi finalmente inizia il III atto che si apre proprio con il suo “Ella giammai m’amò”. Il basso ha la voce più flebile e dalla platea si leva un applauso di incoraggiamento dopo la sua grande interpretazione del Grande Inquisitore, scena cardine dell’opera. Si sussurra che Ornella Vanoni ad un certo punto abbia detto: “Dura oltre misura, è troppo lunga”. Come darle torto. A movimentare un attimo la situazione ci ha pensato ancora una volta Morgan: reduce dal “caso X Factor” si è presentato in platea nel bel mezzo del quarto atto.

Calato il sipario, sono stati 13 i minuti di applausi. Soprattutto per il cast di questo “Don Carlo”, davvero eccellente. Il tenore Francesco Meli nella parte di Don Carlo e la soprano Anna Netrebko nella parte di Elisabetta di Valois, con il suo timbro vocale cercato e ricercato con il direttore musicale Riccardo Chailly, sono stati travolgenti sin dalle prime battute. Entrambi dotati di grandissime doti interpretative e di canto. Netrebko nelle parti solistiche è ipnotica. Il duetto di don Carlo con Rodrigo-Marchese di Posa, interpretato dal baritono Luca Salsi è un momento introspettivo intimo. Un dialogo che introduce il bellissimo tema dell’amicizia.

Anche la soprano lettone Elina Garanča, principessa d’Eboli, è una rivelazione per scioltezza. Il basso Michele Pertusi, un Filippo II di Spagna di grande autorevolezza, purtroppo è stato male proprio prima di aprire l’atto III con la scena del Grande Inquisitore. Ma ha saputo sopperire con le sue capacità di grande interprete. Il coro, diretto da Alberto Malazzi, è una meraviglia. Specie nella scena dell’autodafé, la cerimonia di autorappresentazione dell’assolutismo dove dominano i colori nero e oro. Il focus del regista Lluís Pasqual è sul dietro le quinte del potere che solo alla fine si mostra nella sua magniloquente esteriorità. E’ un momento di grande impatto visivo, vocale e di musica totalizzante.

L’impianto scenico è davvero suggestivo. Firmato da Daniel Bianco, permette di alternare momenti d’insieme a spazi più riservati trasformando di volta in volta la dimensione nel vissuto dei personaggi e nei simboli del potere percepiti dalla collettività. Una struttura al centro del palcoscenico ricorda le vetrate delle cattedrali, una torre di alabastro domina un sistema di cancellate. L’evocazione all’architettura religiosa e civile dell’epoca è di forte impatto, forse un po’ cupa ma non pesante. Anche i costumi di Franca Squarciapino sono stati pensati per rendere il contesto storico senza appesantirlo lasciando fluire movimenti e sentimenti secondo la visione verdiana-shakespeariana. I temi cari a Verdi, libertà, oppressione, liberazione, amicizia, amore, relazione fra padri e figli ci sono tutti. Sfilano sullo sfondo del conflitto tra potere temporale ed ecclesiastico. Ma in questo colossale sistema dominante emerge la fragilità degli uomini. Tutti.

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