Cultura

La Palestina nelle poesie di Mohammed El Kurd: così i versi nascono sulle macerie di un popolo e della sua causa

di Francesca Fulghesu

Nel 1948, durante la Nakba, Rifqa El Kurd lascia la sua casa ad Haifa dopo averla riordinata e pulita, ignara che di lì a poco sarebbe stata occupata e lei sarebbe stata sfollata insieme ai figli. “La mattina d’un maggio dal cielo rosso 1948. / Poteva essere / oggi. / Hanno buttato giù le porte, / rivendicando la vita come fosse la loro.”. Cinquant’anni dopo, nel giorno della Nakba, il 15 maggio, a Gerusalemme Est viene al mondo suo nipote Mohammed El Kurd, la cui prima raccolta poetica ricostruisce una memoria personale e collettiva attraverso la figura della nonna, l’eponima “Rifqa”, morta a 103 anni e divenuta simbolo della resistenza palestinese.

Corrispondente per The Nation dalla Palestina occupata, Mohammed El Kurd oggi trascorre la sua vita tra New York, dove ha frequentato un master in Poesia al Brooklyn College, e Sheikh Jarrah, quartiere della sua infanzia, a cui ha dedicato il suo esordio poetico.

Nel 2021, in occasione della Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese del 29 novembre, ha pronunciato all’Assemblea Generale dell’Onu un discorso di condanna contro l’occupazione israeliana e contro l’indifferenza del mondo per le sofferenze e le ingiustizie subite dal suo popolo. Nello stesso anno è stato inserito nella lista delle 100 persone più influenti per la rivista Time e ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Rifqa, edita da Haymarket Books e poi da Fandango Libri in Italia l’anno seguente.

“Decidere di pubblicare un autore non è mai una scelta neutra. Decidere di pubblicare Mohammed El Kurd e continuare a farlo in futuro significa credere che le parole abbiano un potere, quello di restituire la storia di tutte e tutti, anche coloro che fanno più fatica a farsi sentire e che lottano per avere voce e spazio nel mondo”, ha detto a ilfattoquotidiano.it Tiziana Triana, responsabile editoriale di Fandango Libri, a cui si deve la scelta di portare in Italia la raccolta di El Kurd.

Dopo aver visto El Kurd intonare “My birthday Nabka” sul palco del Festival di Internazionale a Ferrara nel 2021, “accompagnato da una musica coinvolgente, fatta di percussioni e chitarre cadenzate che fanno diventare il poema un potente rap civile”, Triana capisce quanto sia necessario pubblicarlo anche in Italia e decide quindi di contattare Emanuele Bero e proporgli di occuparsi della traduzione: “Nel gennaio del 2022, la direttrice editoriale di Fandango Libri mi ha telefonato per propormi la traduzione della raccolta. Era rimasta folgorata dalla sua storia e dalla sua incredibile forza comunicativa”, racconta il traduttore. “Senza traduzione i popoli non comunicherebbero fra loro, non potrebbero conoscersi, mescolarsi, o aiutarsi. Io credo che la traduzione sia un atto estremamente politico che ha il dovere di incentivare alla conoscenza e al rispetto dell’altro, e la scelta di tradurre o meno una determinata opera, soprattutto in base alla provenienza e al contenuto, non è mai dettata dal caso”, aggiunge Bero. “È questo il motivo per cui Mohammed stesso ha scelto di scrivere la raccolta in inglese: la traduzione ci aiuta a vedere, perciò mi auguro che l’arrivo di Rifqa nel nostro paese porti sempre più luce e dibattito sulla Palestina e la sua causa.”.

La raccolta denuncia con struggente durezza lirica la situazione del popolo palestinese, la cui conoscenza è un imperativo oggi ancora più urgente. Con la stessa forza e dignità di sua nonna – il cui attivismo l’ha portata nel corso della sua lunga vita in aule di tribunale, proteste, ospedali – Mohammed costruisce versi sulle “macerie”, termine che ricorre con insistenza nei suoi componimenti, nel tentativo di dar voce a un popolo troppo spesso inascoltato e ritratto solo come una “vittima”: “non ero una vittima / finché il mondo non me l’ha detto”. Come El Kurd stesso spiega nella postfazione del libro, infatti, la narrazione mediatica si limita spesso a offrire ritratti astorici e infantilizzanti dei palestinesi e “umanizza” i morti e i feriti, come se la loro dignità umana non fosse implicita e scontata: “L’indifferenza nei confronti dei morti palestinesi esiste malgrado la moralità e i ‘diritti umani’. L’umanizzazione, più spesso che mai, fa l’esatto opposto di ciò che sostiene.”.

Leggendo ogni componimento e ogni testo presente nel libro – il volume, oltre a raccogliere i componimenti di El Kurd, riporta infatti anche alcuni dei suoi articoli pubblicati su Mada Masr, The Guardian e The Nation – si ha modo di leggere le parole di chi ha subito (e subisce) direttamente le conseguenze del conflitto arabo-israeliano, e si ha modo di conoscere un punto di vista interno e non mediato sulle condizioni e la storia del popolo palestinese. Le poesie contenute in Rifqa riescono nell’ambizioso tentativo di farsi azione politica e strumento di resistenza e libertà, rendendo universali le istanze di un popolo oppresso, perché, come scrive nell’introduzione al libro aja monet (in minuscolo per sua scelta), poetessa e attivista americana contemporanea, “Rifqa è mia nonna, ed è anche la vostra”. E il traduttore della raccolta chiude: “Oltre a riguardarci tutte e tutti, la questione palestinese in Italia è tuttora molto oscura ai più e, specie nelle ultime settimane, se ne sente parlare in modo caotico. Leggere Rifqa potrebbe dare una mano a fare ordine, sia qui sia all’estero”.

Matematica

La mia terra natia scava
una via di fuga verso un esilio prescelto.
Il sangue non lava via
malgrado i rubinetti
malgrado il colore del lavaggio.

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