Abbracci calorosi e tripudio festoso alla festa nazionale di Rifondazione Comunista per un insolito ospite d’eccezione: monsignor Matteo Maria Zuppi, cardinale, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana.
“Don Matteo”, come lo chiama affettuosamente il segretario di Rc, Maurizio Acerbo, è l’uomo scelto da Papa Francesco per tessere un dialogo tra Zelensky e Putin. Ed è proprio sull’ambita pace che è incentrato il simposio tenutosi ieri mattina a Borgo Panigale, nella periferia di Bologna.

L’evento è cadenzato dalla verve spiritosa del porporato che, alla definizione di “inviato di pace” ufficiale di Rifondazione Comunista che gli dà Acerbo, insorge scherzosamente in romanesco: “Me vole rovina’“.
Ma l’incipit dell’intervento di Zuppi è chiaro e cristallino, incarnando al contempo il leitmotiv della missione che gli ha affidato Papa Francesco: “Sono venuto qui perché penso che l’importante sia parlare con tutti. Il confronto è una cosa indispensabile anche se si hanno posizione diverse o sfumature differenti, tanto più in un momento come quello che stiamo vivendo. È davvero decisivo cercare di capire e di dialogare, soprattutto su un tema come quello della pace. Il problema è che il dialogo molte volte è visto come dare ragione a una delle due parti. Siamo talmente poco abituati al confronto che polarizziamo tutto. È abbastanza incredibile il fatto che se parli con qualcuno, automaticamente vieni considerato pappa e ciccia con lui”.

Zuppi poi risponde ad Acerbi che gli chiede lumi sulle radici cristiane di una Europa che reintroduce l’austerity col Patto di Stabilità e che al contempo privilegia le spese militari: “Questo è un tema complicato. Le radici cristiane dell’Europa sono evidenti, come lo è la radice ebraica o la radice laica. Pensiamo ai valori del socialismo e del comunismo, importanti non solo nella fondazione dell’Europa ma anche del nostro paese. La Costituzione è un unico inchiostro, ma dentro c’è davvero tanta roba. E in quell’inchiostro bellissimo che è la nostra Costituzione ci sono cose chiarissime come l’antifascismo“.
E si sofferma sull’art. 11, sottolineando la differenza profonda tra i verbi “rifiutare” e “ripudiare” (“Ripudiare significa che quella cosa lì, cioè la guerra, non la voglio”) e l’importanza della seconda parte del testo: “L’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Il religioso invoca l’impegno istituzionale anche sulla restante parte dell’art.11: “Dovremmo fare l’esatto contrario di quello che è stato fatto negli ultimi decenni, in cui tutti gli organismi sovranazionali e multilaterali sono stati oggettivamente e pericolosamente indeboliti. Il punto è che se questi organismi vengono indeboliti, comanda il più forte. Quindi – puntualizza – ci deve essere l’impegno a perdere parte della propria sovranità in favore di un ordinamento che ripudi davvero la guerra. Su questa seconda parte dell’art.11 c’è ancora molto da recuperare, perché l’abbiamo persa. C’erano degli strumenti che sono stati molto delegittimati, depotenziati, qualche volta pericolosamente irrisi“.

Sulla guerra in Ucraina, Zuppi premette: “Che ci sia un aggressore e un aggredito è indubbio e non dobbiamo smnuire questo. Papa Francesco ha ragione nel continuare a chiedere la pace e a parlare di pace, ma assolutamente senza confondere aggredito e aggressore, perché se fai questo, è ovvio che l’aggredito si senta incompreso e abbandonato. Il Papa non parla di mediazione, ma spinge per la pace e fa di tutto per la pace “.

Ma spiega le ragioni essenziali del dialogo tra Russia e Ucraina per evitare una escalation bellica: “Quando c’è una guerra, c’è sempre una dimensione che nessuno controlla. Tuttavia, il dialogo spesso viene vissuto come mettere sullo stesso piano aggressore e aggredito. Io invece credo che dobbiamo avere l’ambizione che l’ingiustizia commessa da un paese che ha occupato il pezzo di un altro paese sovrano si possa riaggiustare non soltanto con le armi e che il diritto, la pressione internazionale – prosegue – le garanzie, la giustizia e la sicurezza del paese aggredito debbano essere garantiti dall’impegno del dialogo. La nostra ambizione deve essere questa: ottenere giustizia con l’arma del diritto. Ma da molti questo proposito viene vissuto come cedevolezza o come omologazione delle responsabilità. Per me non è così. Io penso che per tanti motivi e anche per responsabilità storica dobbiamo far sì che non sia la guerra a risolvere i conflitti”.

Il cardinale menziona poi la componente non violenta dei cattolici, citando la marcia della pace organizzata nel 1992 da don Albino Bizzotto alla volta di Sarajevo. Tra i 500 partecipanti, c’era anche don Tonino Bello, all’epoca vescovo di Molfetta, ormai distrutto dal cancro. E aggiunge: “Io personalmente resto davvero convinto del fatto che dobbiamo preoccuparci seriamente di abolire la guerra e di combattere il nucleare, che Papa Francesco in diverse occasioni ha definito ‘peccato’. Il problema è che ci stiamo avvicinando tanto al rischio nucleare. Ci dovrebbe essere una iniziativa forte a livello europeo per riprendere il disarmo nucleare – continua – cosa che purtroppo è stata accantonata. Anche su questo dovremmo provare un po’ a crescere. Come disse una docente di diritto romano, la grande sapienza dei Romani era quella per cui, invece di fare a pugni, preferirono il diritto. Ecco, forse se per tanti conflitti ricoressimo al diritto internazionale, lasceremmo un mondo un po’ migliore e meno pericoloso a chi viene dopo”.

Inevitabile la conclusione di monsignor Zuppi: “C’è speranza per la pace? Sì, è lo stesso Papa Francesco a dire che non si deve smettere di sperare. Ma non è che bisogna sperare e nel frattempo dormire. È necessario coltivare la speranza e sforzarsi in tutti i modi perchè quella speranza si concretizzi. Non dobbiamo neppure dimenticare quello che abbiamo imparato dal passato. Abbiamo imparato qualcosa dalla pandemia? Troppo poco – chiosa – ci siamo dimenticati subito che siamo tutti sulla stessa barca. Questa è la nostra miopia. Certo, dobbiamo essere consapevoli che è molto difficile raggiungere la pace ma restiamo convinti che sia l’unica soluzione possibile. E dobbiamo far di tutto perché diventi realtà, coinvolgendo tutti, perché nessuno ha la chiave. Dobbiamo cercarla in tanti per avere l’unica pace, che è per tutti. Noi ce la metteremo tutta“.

Articolo Precedente

Meloni si celebra nell’anniversario del trionfo elettorale: “Italia più credibile”. E punta già sul 2024: “Sarà l’anno delle riforme”

next