di Roberto Iannuzzi *

La Turchia si avvicina a grandi passi al duplice e cruciale appuntamento delle elezioni sia parlamentari che presidenziali del 14 maggio, le quali saranno forse seguite da un ballottaggio, il 28 dello stesso mese, fra il presidente uscente Recep Tayyip Erdoğan e il capo dell’opposizione, e leader storico del partito CHP, Kemal Kılıçdaroğlu.

Erdoğan si gioca tutto a pochi mesi dal terribile terremoto del 6 febbraio, la cui cattiva gestione ha macchiato la sua reputazione, e la cui tragedia si è sommata ad una pesante crisi economica che si protrae da due anni. L’appuntamento giunge in un momento in cui il presidente turco sta riconsiderando anche numerose scelte di politica estera, in particolare le avventure militari in Siria, Iraq e Libia, che sono state oggetto di dure polemiche in patria.

Le imminenti consultazioni rappresentano dunque la più grande sfida della sua carriera politica. In ballo, inoltre, c’è il futuro orientamento internazionale della Turchia.

Erdoğan sta attraversando senza dubbio una fase difficile: il suo partito (AKP) ha perso due importanti sfide elettorali nel 2019, quelle per la carica di sindaco a Istanbul e Ankara. L’opposizione, però, ha anch’essa i suoi problemi. Kılıçdaroğlu ha dovuto superare molti ostacoli prima di mettere insieme una vasta coalizione, l’Alleanza della Nazione (Millet), che però ha ora ottenuto anche l’appoggio esterno dei curdi dell’HDP (i quali non hanno presentato un proprio candidato).

Il peso elettorale dell’HDP, stimato fra il 9 e il 13%, ha obbligato Erdoğan a estendere il suo schieramento a formazioni bizzarre come il Nuovo Partito del Benessere guidato da Fatih Erbakan, figlio del suo antico rivale Necmettin Erbakan, e a HUDA-PAR, formazione curda legata all’Hezbollah turco (nulla a che vedere con l’Hezbollah libanese, essendo un movimento guidato da un’ideologia radicale curdo-sunnita).

Malgrado il diffuso malcontento per l’attuale situazione politica ed economica del paese, i sondaggi preannunciano un serrato testa a testa fra i leader dei due schieramenti, che renderà probabilmente le consultazioni incerte fino all’ultimo.

In Occidente, molti hanno scommesso contro l’attuale presidente turco, puntando le loro speranze sul rivale Kılıçdaroğlu. Leader di un partito laico kemalista tradizionalmente vicino ai valori europei, egli – ritengono molte cancellerie occidentali – normalizzerebbe i rapporti con la Nato, migliorerebbe le relazioni con l’Ue, e ristabilirebbe lo stato di diritto in Turchia. Americani ed europei si augurano poi che Kılıçdaroğlu lasci cadere il rifiuto turco all’adesione della Svezia all’Alleanza Atlantica, che si impegni ad applicare le sanzioni contro Mosca, o addirittura che rinunci alle batterie russe di difesa aerea S-400, acquistate di recente, e contribuisca a rafforzare il fianco est della Nato.

A Berlino, Londra, Parigi e Washington, ci si aspetta inoltre che una vittoria di Kılıçdaroğlu apra la strada a riforme della magistratura, dei media e della società civile, e al ritorno ad un sistema parlamentare regolarmente funzionante. L’implementazione di una politica economica e monetaria più “ortodossa” a sua volta favorirebbe il ritorno degli investitori occidentali. Queste speranze potrebbero però rivelarsi eccessive. Anche qualora Kılıçdaroğlu dovesse vincere (scenario tutt’altro che scontato), potrebbero manifestarsi divisioni nella sua eterogenea coalizione, e potrebbe anche materializzarsi la possibilità di una coabitazione fra il nuovo presidente ed un parlamento ostile o diviso e paralizzato.

Non ci si deve in ogni caso attendere uno stravolgimento delle posizioni della Turchia in politica estera. Kılıçdaroğlu ha compiuto una sorta di “visita d’investitura” in America lo scorso ottobre. Ma la maggioranza dell’opinione pubblica turca considera gli Usa la più grave minaccia per il paese.

Il documento programmatico della coalizione Millet è vago sui temi esteri, e lascia spazio a molte ambiguità. Ma, se da un lato non bisogna enfatizzare eccessivamente le politiche “filo-russe” di Erdoğan (il quale ha condannato l’invasione russa, ha votato contro Mosca all’Onu, ed ha fornito armi all’Ucraina), dall’altro non si deve pensare che Kılıçdaroğlu romperà i rapporti con il Cremlino.
Certamente un governo Kılıçdaroğlu tornerà ad una gestione più istituzionale e meno personalistica dei rapporti con Mosca, e adotterà una retorica più europeista e filo-Nato. Ma il leader del CHP ha già dichiarato che applicherà solo sanzioni votate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, e che non vede la necessità di un cambio di approccio con la Russia.

Distaccandosi dalla linea della Nato, diversi esponenti dell’opposizione turca hanno affermato che bisogna dare priorità alla ricerca di una soluzione di compromesso fra Mosca e Kiev, per evitare che la guerra deflagri in un conflitto globale. E alcuni si sono spinti a sostenere che una soluzione negoziata comporterà la rinuncia della Crimea da parte dell’Ucraina, e una certa autonomia per regioni come il Donbass.

In conclusione, anche qualora la coalizione di Kılıçdaroğlu dovesse vincere le elezioni, ci si potrà attendere un cambiamento nella retorica ufficiale di Ankara, ma molto meno nella sostanza, che in ultima analisi continuerà ad essere dettata dalla posizione geopolitica e dall’eredità storica della Turchia.

* Autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (2017).
Twitter: @riannuzziGPC
https://robertoiannuzzi.substack.com/

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