A Milano non fa tanto freddo ma c’è una pioggia sottile che appare sotto le luci prenatalizie. Piazza del Duomo e la Galleria sono affollate. Un po’ più in là, fuori dall’ingresso del teatro alla Scala, i ragazzi e le ragazze sono in coda per la primina di “Boris Godunov”, l’opera capolavoro di Modest Musorgskij.
Questa è la loro serata: hanno l’occasione di vedere il titolo che aprirà la stagione il 7 dicembre in anticipo. Chi ha meno di 30 anni ed è riuscito ad accaparrarsi il biglietto prima dell’esaurimento dei posti disponibili può vedere l’opera con soli 20 euro. Prima di tutti gli altri: politici, vip, critici. Persino del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Vestiti in modo elegante ma senza capi e colori vistosi, a parte il classico rosso che spunta dal cappotto, sfoggiano abiti comprati nelle grandi catene commerciali o presi in prestito da mamma e papà. Un tubino, un completo giacca pantalone, il papillon. Chiacchierano. Alcuni sono disinvolti, altri seri e composti come in una foto posata.

Inutile dire che qualsiasi cosa indossino fa venire invidia a chi ormai è ‘old’ (diversamente giovane, maturo o boomer a seconda del punto di vista) e nemmeno ostentando gioielli da Royal House e abiti griffati potrebbe competere. La generazione zeta che va alla primina della Scala è così. Semplice e diretta. Lo snobismo non esiste: si va all’opera per vedere l’opera. Si va alla Scala per vedere la Scala. “Ragazzi, cosa sapete di Boris Godunov? “Sapete che l’opera è in lingua russa?”. “Oh signur!”, esclama una signora a lato della fila. Ma è una delle solite zie accompagnatrici, una sciura milanese infiltrata per curiosità. Infatti i giovani spettatori lo sanno eccome. E si sono persino preparati. Sebbene al minimo sindacale. “Non conosciamo l’opera. Abbiamo letto la trama in questi giorni”, risponde Marco, 20 anni, studente di scienze bancarie alla Cattolica. Ma poi argomenta: “Visti i fatti accaduti dallo scoppio della guerra (dall’allontanamento del direttore filo-putiniano Valerij Gergiev alla presa di posizione contro il conflitto della cantante Anna Netrebko fino alla richiesta del console ucraino di annullare il titolo, ndr) mettere in scena un’opera russa credo sia un messaggio forte. Di pace”. Gli fa eco Matteo, 20 anni, anche lui studente universitario: “Sono d’accordo. La musica vince su tutto. Sovrasta ogni differenza”. C’è una coppia, più avanti, che cattura la nostra attenzione. Si guardano con occhi innamorati. Lei è Sara, 25 anni: “Sono venuta da Bruxelles, dove svolgo il tirocinio in Affari istituzionali, per vedere l’opera inaugurale. A dir la verità non conosco molto del titolo”. Il fidanzato, Giuseppe, che vive a Firenze ma, sottolinea, è siciliano, rivela: “Sono qui per vedere lei. All’opera”.

Ma c’è qualcuno che sa dirci qualcosa su questo Boris Godunov? Coglie al volo la domanda Francesco, 26 anni, pianista e ingegnere del suono: “Adoro Musorgskij e Ur-Boris. Per le asprezze armoniche e per la timbrica maschile (va in scena la versione originale senza primi ruoli femminili, ndr). Un’opera che non ci si aspettava come titolo d’apertura. Non vedo l’ora”. Gli fa eco Leonardo, batterista melomane: “Non la conoscevo, mi ha incuriosito e ho cercato informazioni. Ho seguito persino la guida all’ascolto di Rai Radio 3 e scaricato il magazine della Scala dal sito”. Margherita invece, psicologa di 26 anni, è alla prima esperienza. Sono stati gli amici a portarla. E se fosse troppo impegnativa? Non sa rispondere. Ma alla domanda se preferisce recitare a memoria in greco antico tutti gli aoristi dei verbi irregolari o vedere l’opera in russo senza sottotitoli non ha dubbi: Boris Godunov. Per sua fortuna i sottotitoli ci sono e la ritroveremo alla fine del primo atto soddisfatta.

Fra i veterani incontriamo Marco, 21 anni, iscritto a Lettere, Riccardo, 22 anni, diplomato in pianoforte e ora studente in direzione d’orchestra, e Marco che studia musicologia. Per loro Boris Godunov è un’opera meravigliosa, un caposaldo della scuola russa “che si fa riascoltare”. Le luci nel grande foyer si fanno intermittenti. Corrono in platea e su, verso i palchi, anche i ritardatari. Le ragazze con i loro abiti lunghi solo un po’ luccicanti, spesso presi in prestito, i ragazzi con i loro abbinamenti mezzo e mezzo: camicia sartoriale e completo in velluto nero dei saldi. Tengono a precisare che il loro stile è fuori dai canoni. Inconsueto.

Il primo atto è finito. Cosa hanno apprezzato? Regia, allestimento, direzione d’orchestra, musica, canto, coro. Tutto. Argomenti? “La regia è molto contemporanea. Dietro c’è una ricerca sofisticata. Le luci sono integrate alla perfezione. Musica e direzione d’orchestra sono uniche”, spiegano Irene, comunicatrice romana, e Flaminia, che lavora nel cinema. “Il contrasto fra costumi storici e moderni è pazzesco. Per nulla scontato”. Simone, neolaureato in produzione audio, ha colto invece dell’opera la riflessione sul potere. “Trovo parallelismi con l’attualità e con il clima che si vive oggi. Interessante la rappresentazione del rapporto fra propaganda e verità”. Gianmario, 22 anni, studente di ingegneria aerospaziale è rimasto colpito, come molti, dalla regia e dall’allestimento. La lingua? “Non ho fatto fatica a comprendere. Il coinvolgimento arriva da musica, canto, espressività. Dall’insieme”. La sua fidanzata e compagna di studi, in nero lungo con stelline di paillette (no, sono fiocchi di neve, precisa) è più poetica: “La pergamena stesa sul palcoscenico dà l’impressione che i personaggi camminino sul tappeto della storia e, anzi siano loro stessi a scriverla”.

I cantanti? “Ildar Abdrazakov è pazzesco, ma sono tutti bravissimi”. Poi aggiunge: “Anche se non ci sono ruoli femminili di rilievo l’opera prende. Del resto questa è una storia di potere e a quell’epoca le donne non governavano.” Ma in Macbeth? Non c’è anche la efferata Lady? Pronta la sua risposta: “Quella però è un’opera più intima. Questa è la visione del potere anche attraverso gli occhi del popolo”. Altro gruppo di spettatori. Hanno 28 anni e studiano o lavorano come ingegneri: “La porta dorata che si apre all’inizio, con Boris al centro e attorno il coro in bianco. Un’immagine quasi divina, potentissima. Esteticamente perfetta”. La bellezza. Quella giovane donna in abito lungo color sabbia è altissima. Ha i capelli legati in uno chignon r sembra un’indossatrice. Si chiama Viola, studia canto lirico al conservatorio Verdi ed Economia alla Cattolica. Anche lei ha preso in prestito qualcosa dalla mamma. La pochette coi lustrini.

Le chiediamo, da aspirante artista, cosa pensa di questo Boris Godunov. “Rispetto alle opere verdiane quest’opera è diversa nella struttura. E’ un recitar cantando, una storia raccontata che suggerisce anche scenografia. Vive nel connubio fra i vari elementi. Il contrasto fra tradizione e contemporaneità di questa produzione è magico. Il protagonista è un’eccellenza. Il coro fantasticamente coeso”. Conclusione? Questo è davvero un colpo da maestro per la Scala. Inaugurare con un titolo apparentemente ‘datato’ per la nostra percezione cogliendone invece tutta la contemporaneità vuol dire aprire la visuale al pubblico”. Insomma, i giovani hanno colto l’anima contemporanea di questo “Boris Godunov”. Sono rimasti affascinati da regia, allestimento, qualità degli interpreti e da una storia che parla della narrazione del potere e della ricerca della verità.

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