Separazione delle carriere, abolizione dell’azione penale obbligatoria, riforma della custodia cautelare, ritorno della prescrizione con l’abolizione della legge Bonafede, bavaglio all’informazione giudiziaria, limiti all’impugnazione delle assoluzioni: il programma sulla giustizia del listone Renzi-Calenda va persino oltre quello del centrodestra, mutuato a sua volta da quello storico di Forza Italia. E già realizzato in ottima parte dal governo Draghi, con il trittico di riforme firmate Marta Cartabia – processo penale, ordinamento giudiziario e presunzione d’innocenza – che si avvicinano ai sogni più arditi di Silvio Berlusconi. Il trait d’union di queste esperienze, d’altronde, ha un volto e un nome: quelli di Enrico Costa, l’avvocato che ha fatto una ragion d’essere della crociata contro il giustizialismo, già pasdaran berlusconiano (fu relatore del lodo Alfano e del legittimo impedimento), poi viceministro alla Giustizia in quota alfaniana, infine convertito al verbo di Carlo Calenda e traslocato in Azione, di cui è vicesegretario e responsabile Giustizia. Molto ascoltato dalla Guardasigilli uscente, ha avuto un ruolo decisivo nel far approvare alcune delle norme più discusse. E infatti fa scrivere che è “fondamentale proseguire sulla scia delle riforme Cartabia”. Ma lungi dall’accontentarsi, il falco anti-pm vuole andare oltre. Vediamo come.

Separazione delle carriere e azione penale – Al primo punto c’è il vecchio pallino della separazione delle carriere tra giudici e pm. Di fatto è già stata realizzata dalla riforma Cartabia – che prevede un solo possibile passaggio di funzione da esercitare entro dieci anni – ma a Costa non basta. Il programma chiede l’approvazione della proposta di legge costituzionale sponsorizzata dagli avvocati penalisti, che prevede distinti Csm, concorsi autonomi e (soprattutto) la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale, che verrebbe esercitata “nei casi e secondo i modi previsti dalla legge”: in sostanza sarebbe la politica a decidere su quali reati si indaga e su quali no. Una deriva già inaugurata dalla riforma del processo penale, che ha previsto che il Parlamento debba definire ogni anno le priorità delle Procure.

Valutazione dei magistrati – Nel piano scritto per Renzi&Calenda poi c’è la “previsione di un sistema di valutazione di professionalità dei magistrati effettivo e puntuale, anche da parte dei rappresentanti delle università e dell’avvocatura all’interno dei consigli giudiziari”. Anche qui Costa ha già provveduto, facendo inserire nella riforma dell’ordinamento giudiziario il “fascicolo sulla performance“, contenente i dati statistici sull’attività svolta e sull’esito degli atti (conferme delle decisioni per i giudici e accoglimento delle misure per i pm) che dovrà essere tenuto in considerazione dal Csm nel redigere le valutazioni di professionalità. E il diritto di voto degli avvocati sui magistrati nei consigli giudiziari (le sezioni locali del Csm) è già previsto nella stessa riforma. Ma Italia viva e Azione – insieme al centrodestra – programmano misure ancora più punitive. E dopo il 25 settembre potrebbero avere un’ampia maggioranza per realizzarle.

Misure cautelari – Passando agli interventi specifici previsti per il penale, al primo punto si legge: “Riforma della normativa sulla custodia cautelare, per eliminare ogni possibile abuso”. Questa proposta – come anche la separazione delle carriere e il voto degli avvocati sui magistrati – è stata bocciata dagli elettori appena a giugno nei referendum-flop promossi da Lega e Partito radicale, i meno partecipati di sempre con un quorum fermo al 20,9%. Ma agli ottimati del polo centrista non sembra interessare. Il quesito, appoggiato sia da Azione che da Italia viva, voleva cancellare la possibilità di applicare qualsiasi misura cautelare (non solo la custodia in carcere) per il rischio di reiterazione di reati della stessa specie, a eccezione di quelli violenti. Così sarebbe diventato impossibile intervenire per i reati dei colletti bianchi, ma anche per fattispecie dal forte allarme sociale come spaccio, furti ed estorsioni.

Prescrizione e bavaglioLa riforma del processo penale ha introdotto l’improcedibilità, o prescrizione del processo, il contestato meccanismo – ispirato al ddl sul “processo breve” di Berlusconi – che estingue i processi dopo due anni in Appello e un anno in Cassazione, e che solo il Movimento 5 stelle ha detto di voler superare. Pure qui però Costa non si accontenta: vuole abrogare anche la riforma Bonafede che interrompe la prescrizione del reato dopo la condanna di primo grado, una legge che ancora garantisce ai processi un margine di sopravvivenza in più (per quanto molto depotenziata dall’improcedibilità). E non è soddisfatto nemmeno del decreto legislativo sulla “presunzione d’innocenza, frutto di un altro suo emendamento alla legge di delegazione europea, che impone a magistrati e forze dell’ordine di comunicare con la stampa solo in casi eccezionali e preferibilmente in forma scritta, con sanzioni disciplinari per chi non si adegua. Al punto successivo, infatti, chiede il “rafforzamento delle norme finalizzate a garantire l’effettiva applicazione del principio della presunzione di innocenza per contrastare la spettacolarizzazione mediatica“, una promessa che fa il paio con quella del programma di centrodestra di garantire “lo stop ai processi mediatici e il diritto alla buona fama”. E che potrebbe trasformarsi in un repulisti degli archivi dei quotidiani online in nome del “diritto all’oblio” o in un’ulteriore stretta sulla possibilità di citare le intercettazioni depositate agli atti delle indagini.

Impugnazione delle assoluzioni – Infine, ecco la strizzata d’occhio all’uscita di Silvio Berlusconi sull’idea di rendere inappellabili le sentenze di assoluzione (già trasformata in una legge dichiarata incostituzionale nel lontano 2006). Il programma calendiano la mette giù in modo più sfumato: “Introduzione di norme finalizzate a ridurre i casi di appello da parte del pubblico ministero della sentenza di assoluzione in primo grado”. In sostanza, mentre l’imputato rimarrebbe libero di appellare come e quanto vuole (beneficiando peraltro del divieto di reformatio in peius, per cui non rischierà una pena maggiore di quella che gli è stata già inflitta) la pubblica accusa subirebbe delle limitazioni. Non solo, ma il documento chiede anche di “garantire che lo strumento di gravame consenta di esercitare realmente il diritto di difesa dell’imputato attraverso una valutazione di merito della vicenda processuale”. Tradotto, si vorrebbe facilitare la riapertura dell’istruttoria dibattimentale in appello, con l’acquisizione di prove e l’audizione di testimoni, che al momento è permessa solo in casi eccezionali. Garantendo una dilatazione dei tempi che renderebbe molto agevole guadagnare l’improcedibilità.

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