La coincidenza rasenta l’incredibile: il magistrato simbolo della lotta per il sorteggiosorteggiato come candidato alle elezioni del Csm. Ma è ciò che è successo davvero ad Andrea Mirenda, 64enne giudice di Sorveglianza a Verona, tra i più noti alfieri della battaglia interna all’ordine giudiziario contro i mali del correntismo. Una carriera anti-sistema, la sua, scandita da dichiarazioni rumorose e gesti eclatanti: come quando, nel 2008, si dimise con una lettera aperta sia dall’Anm sia da Magistratura democratica (la corrente di sinistra in cui militava da più di vent’anni) in polemica contro la nomina della presidente della Corte d’Appello di Venezia, più volte annullata dal Tar ma sempre reiterata dal Consiglio superiore. O quando cinque anni fa lasciò (caso più unico che raro) l’incarico di presidente di Sezione in cui era appena stato confermato, denunciando le logiche spartitorie che poi faranno scandalo con il caso Palamara, e arrivando a parlare di “metodi mafiosi” da parte dei consiglieri di palazzo dei Marescialli. “Tutti i magistrati sapevano che funzionava così”, dice al fatto.it. “Le vicende dell’hotel Champagne non sono state un fulmine a ciel sereno, ma l’implosione di un sistema grottesco che ormai non aveva più pudore”. Ora, per un assurdo gioco del destino, Mirenda ha l’opportunità inattesa di correre proprio per una di quelle poltrone. E a offrirgliela è stata, paradossalmente, la riforma del Csm voluta dalla ministra Marta Cartabia, che – come molti colleghi – anche lui ha aspramente criticato per la sua inefficacia in funzione anti-correntizia (sul testo era stato ascoltato anche dalla Commissione Giustizia della Camera).

Nella nuova legge elettorale, infatti, c’è una norma di secondo piano che è l’unica “concessione” della Guardasigilli alle forze politiche che spingevano per il sorteggio: se in un certo collegio c’è squilibrio di genere nei candidati, si pareggia estraendo a sorte candidati del genere meno rappresentato. È successo nel collegio 1 dei giudici di merito, quello in cui ricade Verona: sei donne e solo tre uomini. Così l’Ufficio elettorale costituito presso la Corte di Cassazione ha dovuto sorteggiare le “quote azzurre” mancanti. Tra cui, sorpresa delle sorprese, c’è proprio Mirenda. Che dice di non farsi illusioni: “Con questa legge maggioritaria che favorisce le correnti più forti, essere eletto per un indipendente è quasi impossibile. Ma la mia candidatura “anomala” può sparigliare un po’ le carte, introdurre un elemento di disturbo”. In che modo? “Portando in campagna elettorale, e all’attenzione della stampa, le idee su cui lavoriamo da quindici anni con un pugno di colleghi riuniti nel think tank “Uguale per tutti”. In particolare, due riforme a costo zero: il sorteggio dei candidati al Csm e la rotazione degli incarichi direttivi“. Partiamo dalla prima, che è un’idea piuttosto diffusa: per il sorteggio spingono vari partiti, dalla Lega a Forza Italia a Italia viva al Movimento 5 stelle, e anche una buona parte dei magistrati. “Appunto: al referendum interno indetto dall’Anm a gennaio, 1800 colleghi si sono detti favorevoli a scegliere i candidati con questo sistema. Noi siamo convinti che ogni bravo magistrato, liberato dai vincoli correntizi, possa ricoprire l’alto ruolo di consigliere Csm ripetendo quello che fa tutti i giorni: applicare la legge. Questo perché il Csm non è un organo politico, ma di alta amministrazione. E quindi non ha bisogno di partiti e partitini, né di una “visione”: quella la lasciamo a chi fa uso di sostanze. Ha bisogno, invece, di magistrati liberi che seguano la loro coscienza”.

Anche l’idea della rotazione degli incarichi direttivi è piuttosto popolare in magistratura: secondo questo principio, la dirigenza di una Sezione, di un Tribunale o di una Procura dovrebbero essere ricoperte a turno da tutti i magistrati dell’ufficio, con ricambio ogni due o tre anni. Mirenda la spiega così: “L'”attitudine direttiva“, cioè il principio alla base del sistema delle nomine, è un concetto inconsistente. I dirigenti giudiziari non hanno autonomia finanziaria, non hanno leva di spesa e non possono scegliere i collaboratori. Che capacità manageriali servirebbero? Quella del dirigente dovrebbe essere una mera funzione di coordinamento, di distribuzione del carico di lavoro e di confronto con i colleghi. Col sistema delle nomine, invece, si finisce per gerarchizzare gli uffici, mentre la Costituzione dice che i singoli magistrati, non solo la magistratura nel suo insieme, devono essere indipendenti”. Le risponderebbero che non tutti i magistrati sono uguali, ed è giusto che le funzioni direttive siano affidate ai migliori. “E io sa cosa replicherei? Che allora ognuno di noi dovrebbe avere il diritto di scegliersi il miglior giudice per la sua causa. Invece in Costituzione c’è il principio del giudice naturale, determinato secondo criteri prestabiliti. Perché diciamo che al cittadino deve capitare un giudice qualsiasi, mentre a dirigere i magistrati vogliamo i cosiddetti “migliori”? Ciascun magistrato, avendo vinto un concorso, è considerato dallo Stato in grado di spogliare un cittadino del suo patrimonio o mandarlo in carcere a vita. E non dovrebbe essere adeguato a coordinare l’attività dei suoi colleghi o a sedere al Csm?”.

Sono queste idee che nelle prossime settimane Mirenda si prepara a portare in giro per i tribunali del suo collegio, che comprende quasi tutto il Nord Italia (dal Friuli-Venezia Giulia al Piemonte), in vista delle elezioni dei componenti togati del Csm fissate per il 18 e 19 settembre. “Un’occasione straordinaria”, dice, “io non mi sarei mai presentato di mia volontà”. Ma se non avesse avuto il “regalo” della candidatura per legge, chi avrebbe votato? “Sicuramente i colleghi scelti tramite sorteggio dal comitato AltraProposta, perchè saranno gli unici liberi”. E se, per ipotesi assurda, venisse eletto? Come voterebbe sulle nomine su cui dovrebbe esprimersi? “Come ho detto, applicherei la legge. Cercando di valorizzare il lavoro reale, dei colleghi che danno tutto spaccandosi la schiena sulle scrivanie. E non le autopromozioni dei “medaglisti” che saltano da un incarico all’altro, creando la casta dei dirigenti a vita. E trasformando il 90% dei colleghi in un corpo di subordinati”.

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