Nessun piano di emergenza per risparmiare gas. Da settimane il ministro Roberto Cingolani assicura che all’Italia, nonostante il rischio di un’interruzione dei flussi dalla Russia e le quotazioni fuori controllo, non servono misure straordinarie in vista dell’autunno. Nessun razionamento all’industria, nessuna richiesta di sacrifici alle famiglie. Un ottimismo che l’Autorità per l’energia Arera non condivide, se in un documento inviato a governo e Parlamento definisce “di drammatica urgenza” l’adozione di interventi per contenere i prezzi e ridurre la domanda. Simili a quelli che stanno adottando gli altri Stati europei, dalla Spagna alla Germania. Con il voto a fine settembre, la patata bollente passerà nelle mani del prossimo esecutivo. Che dovrà imporre di abbassare i termostati, fare i conti con l‘opposizione locale al rigassificatore di Piombino – in piazza è sceso anche il sindaco di FdI – e gestire il “buco” legato ai mancati versamenti della cosiddetta tassa sugli extraprofitti delle società energetiche: è stata scritta malissimo e il Tesoro ha dovuto rivedere al ribasso il gettito previsto di oltre 9 miliardi.

Non che il governo Draghi non abbia fatto nulla per preparare il Paese alla stagione fredda e riempire gli stoccaggi almeno al 90% novembre. Come è noto, per ridurre la dipendenza da Mosca sono stati firmati nuovi contratti di approvvigionamento con altri Paesi a partire dall’Algeria e dalla Libia – non propriamente partner affidabili, come rilevato anche dal Dipartimento programmazione economica di Palazzo Chigi in un report sulle criticità energetiche da affrontare. Il 27 luglio, dopo il Consiglio Ue straordinario sull’energia, Cingolani ha spiegato che nel breve periodo questa diversificazione, insieme a un prolungamento dell’attività delle ultime centrali a carbone (che “farà un po’ di danno ambientale”) e “misure molto” lievi di contingentamento della domanda, sarà più che sufficiente per metterci in sicurezza anche se Putin decidesse di chiudere i rubinetti. Ma restano moltissimi nodi irrisolti.

Il piano di diversificazione si regge sul presupposto che nel secondo semestre dell’anno arrivino 7,5 miliardi di metri cubi di gas aggiuntivi da Algeria attraverso il Transmed, Azerbaijian attraverso il Tap, altri Paesi come Congo, Angola, Qatar, Egitto, Mozambico, Indonesia e Libia (gas liquefatto consegnato via nave) e “una piccola quota di ottimizzazione di produzione nazionale“. La quantità dovrebbe salire a 17 miliardi l’anno prossimo, 21 nel 2024 e 25 a regime nel 2025, rendendoci – grazie anche al progressivo aumento della capacità di produzione da rinnovabili – “totalmente indipendenti dalla Russia”. Problema: la possibilità di utilizzare il Gnl è subordinata all’entrata in funzione entro gennaio 2023 del rigassificatore galleggiante Golar Tundra a Piombino, seguito entro l’inizio del 2024 da quello che dovrebbe essere posizionato al largo di Ravenna. “Il mio successore non deve perdere d’occhio questa cosa”, ha ammesso Cingolani dopo 30 minuti di rassicurazioni. “Se non rigassifichiamo siamo in emergenza energetica”. Appunto. Giorgia Meloni, il cui partito stando agli ultimi sondaggi potrebbe raccogliere il 24% delle preferenze alle urne, è a favore degli impianti, ma il sindaco di Piombino Francesco Ferrari non ne vuole sapere.

Altro tasto dolente: questo gas “alternativo” quanto lo paghiamo? “Un botto“, ha risposto lo stesso ex direttore dell’Iit. I prezzi sono dieci volte quelli medi degli ultimi dieci anni, come ricordato dall’Arera secondo cui sono livelli “difficilmente sostenibili per tutti i consumatori, non solo domestici, con potenziali ripercussioni sulla tenuta dell’intera filiera“. Il ministro e l’authority concordano sul fatto che servirebbe un tetto europeo ai prezzi, proposta italiana che però Bruxelles ha deciso di non esaminare prima dell’autunno. Con Draghi tornato a vita privata, spetterà al nuovo governo sostenere la misura ai tavoli internazionali. Se non passerà, in inverno il caro bollette potrebbe diventare insostenibile. E per finanziare nuove misure di sostegno occorrerà con tutta probabilità trovare risorse diverse dal tanto invocato contributo straordinario sugli extraprofitti delle imprese energetiche: alla luce di quanto è stato versato a titolo di acconto la relazione tecnica alle disposizioni per l’assestamento di bilancio, come rivelato dal Sole 24 Ore, ha rivisto al ribasso le entrate attese di oltre 9 miliardi. Senza però considerare la revisione ai fini del saldo netto da finanziare, “in quanto i contribuenti hanno ad oggi ancora la possibilità di pagare quanto dovuto, ancorché in ritardo, secondo le regole del ravvedimento operoso”. Wishful thinking che di fatto rimanda il problema.

L’altro pilastro del piano dovrebbe essere il risparmio. Secondo l’autorità per l’energia occorrono sia una riduzione volontaria della domanda sia “meccanismi per la gestione di interventi di contenimento” (obbligatori) in caso di emergenza. L’Italia come tutti i Paesi ha già un piano di emergenza che in caso di allerta farebbe scattare misure straordinarie come l’interrompibilità della fornitura ad alcuni settori industriali. Ma di misure preventive come quelle adottate in Spagna ancora non se ne sono viste, con l’eccezione della blanda stretta su condizionatori e riscaldamento negli edifici pubblici. All’inizio di luglio Cingolani aveva parlato della necessità di risparmiare energia anche nelle case private, per esempio abbassando di un grado la temperatura media o riducendo di un’ora al giorno l’accensione degli impianti, e di sensibilizzare i cittadini con una campagna “tipo Pubblicità e progresso“. Da allora non si registrano passi avanti: il 27 il ministro è tornato a ipotizzare l’abbassamento dei termostati di un grado aggiungendo l’accorciamento di 15 giorni del periodo di riscaldamento, ma nulla di tutto questo è ancora previsto in un provvedimento ufficiale.

Infine gli stoccaggi. Durante la stagione calda vanno riempiti in modo da arrivare preparati all’inverno. In base alla narrazione di Cingolani “molto avanti rispetto agli altri” tanto che anche ipotizzando una interruzione completa del gas russo a novembre le scorte ci basterebbero fino a febbraio e solo a marzo avremo “forse un piccolo deficit”, colmabile grazie al nuovo contratto con l’Algeria. I dati europei mostrano però che il riempimento medio nei 27 Paesi membri all’1 agosto era del 70% e l’Italia è poco sopra, al 73,4%, sotto la Francia (80%) e la Spagna (77,9%). L’ad di Snam Stefano Venier al Corriere ha detto che possiamo stare “ragionevolmente” tranquilli ma è “fondamentale” avere la prima nave rigassificatrice attiva nel porto di Piombino entro il primo semestre 2023. Senza finiremmo in emergenza.

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