Il punto programmatico che più ha attirato l’attenzione è il quarto, che comprende una riduzione di due punti di pil dell’Irap e dell’Irpef sui redditi medio bassi e il “taglio delle tasse totale per i giovani fino a 25 anni e del 50% per chi è nella fascia di età tra i 26 e i 30″. Carlo Calenda ha spiegato al Corriere che per finanziarli pensa a una “microtassa dello 0,1% su tutte le transazioni digitali” con cui raccogliere “40 miliardi“. Problema: con quell’aliquota, la base imponibile necessaria per portare a casa quel gettito è di 40mila miliardi. Più di venti volte il pil italiano e più del pil dell’intera Ue. È uno degli scivoloni del Patto Repubblicano sottoscritto dal leader di Azione con Emma Bonino e Benedetto Della Vedova, come ha rapidamente notato chi sta sottoponendo a fact checking le prime promesse arrivate dai partiti in vista del voto. L’europarlamentare che tifa per un Draghi bis eventualmente sostituibile solo da se stesso e dice di voler portare al governo solo “chi ha competenza” non ne è uscito indenne.

L’azzeramento delle tasse per i giovani, che l’ex ministro aveva già ipotizzato in un emendamento all’ultima legge di Bilancio, sembra ad alto rischio di incostituzionalità visto che a parità di retribuzione avrebbero un trattamento di vantaggio. Oltre al fatto che, come ha mostrato il think tank Tortuga su lavoce.info, avrebbe un effetto regressivo sicuramente non voluto dai proponenti. Ma concentriamoci sulle coperture. Va detto che non è chiaro – Calenda non l’ha spiegato – cosa siano esattamente le “transazioni digitali” evocate nell’intervista: qualcuno ha ipotizzato che progetti una nuova Tobin tax, l’imposta (0,1% al trasferimento di azioni di società con oltre 500 milioni di capitalizzazione, 0,2% sulle transazioni su mercati non regolamentati e 0,02% sulle operazioni ad alta frequenza) introdotta nel 2012 dal governo Monti, che però è tuttora in vigore e frutta alle casse pubbliche non più di 3-400 milioni l’anno. Cifre ben lontane dalle stime calendiane: del resto la Commissione Ue, nella proposta di qualche anno fa per una tassa comunitaria sulle transazioni da applicare in 11 Paesi interessati, ipotizzava un gettito complessivo di 35-40 miliardi. Da dividere per 11, appunto.

L’obiettivo di gettito è fuori portata anche se la con “microtassa sulle transazioni digitali” l’ex manager oggi eurodeputato del gruppo Renew intende invece descrivere una web tax: anche in questo caso l’Italia ce l’ha già, ammonta al 3% del fatturato percepito sul territorio italiano sui ricavi derivanti dalla fornitura di servizi digitali. Dalla prima applicazione l’erario ha ricavato solo 233 milioni. Certo, la cifra potrebbe salire se si includesse il valore delle transazioni nei confronti dei consumatori finali, ma in quel caso sarebbe altissimo il rischio di traslazione del balzello su chi acquista.

Al punto 5 su 14, quello che si concentra sul lavoro, di legge poi che “andranno vietati i tirocini gratuiti non inseriti in un piano di formazione universitaria o di scuola secondaria”. Ma i tirocini extracurricolari gratuiti in Italia sono già vietati: ogni Regione ha fissato un’indennità obbligatoria minima, che va dai 300 agli 800 euro al mese. I percorsi per cui non c’è obbligo di indennità sono semmai quelli curricolari, cioè svolti da chi sta facendo un percorso scolastico, formativo o universitario. Insomma, il presupposto è falso: come ha rilevato Massimo Taddei su lavoce.info, “si può discutere del fatto che questi importi siano troppo bassi, ma non si può sostenere che esistano ancora oggi “tirocini gratuiti non inseriti in un piano di formazione universitaria o di scuola secondaria”. In base alla legge di Bilancio per il 2022 governo ed enti locali dovrebbero poi (anche se il termine di 180 giorni è ormai scaduto) stilare nuove linee guida per scoraggiare l’utilizzo irregolare di stagisti al posto dei lavoratori.

Qualche perplessità l’ha suscitata anche una frase inserita nel paragrafo sulle Politiche di bilancio. Si parla del reddito di cittadinanza, che come è noto Calenda considera “una iattura per il Sud”. “Andrà rivisto prevedendo un ruolo centrale delle agenzie private nella formazione e collocamento”. Questo però è già previsto dall’ultima legge di Bilancio. Quindi? Il leader di Azione in un’intervista ha chiamato in causa il ministro del Lavoro Orlando che “non fa i decreti attuativi“. Il ministero ha replicato che “non è chiaro a cosa faccia riferimento” perché “il ministro Orlando si era impegnato a farlo ben prima che se ne parlasse nell’ambito della legge di Bilancio e ne aveva fatto uno dei punti caratterizzanti di Gol, la riforma delle politiche attive nell’ambito del Pnrr, che ha tra i suoi principali destinatari proprio i beneficiari del reddito di cittadinanza”, e “gli standard con cui i privati sono remunerati sono stati varati da Anpal immediatamente dopo l’approvazione delle programmazioni regionali, da oltre due mesi”. A partire dall’inizio dell’estate le Regioni hanno aperto i bandi per accreditarsi per lo svolgimento dei servizi di incrocio tra domanda e offerta, orientamento e accompagnamento al lavoro.

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