Tre vertici di fila non fanno una pace. Anzi, possono rendere una guerra peggiore e più lunga, se l’obiettivo è sconfiggere la Russia e non concordare una tregua. Mentre il conflitto in Ucraina prosegue, con i russi all’offensiva nel Donbass, l’Occidente si prepara a una settimana di tre summit consecutivi, Ue, G7 e Nato.

Ricompattata, o almeno rattoppata, in Parlamento la sua maggioranza, che si sfrangia e si frantuma, ma resta a parole unita nel sostegno al governo, il presidente del Consiglio Mario Draghi può affrontare senza – troppi – patemi interni il trittico di appuntamenti internazionali che l’attende: oggi e domani 23 e 24 giugno il vertice Ue a Bruxelles; da domenica 26 a martedì 28, il G7 al Castello di Elmau in Baviera – è il 48o della serie: fra due anni, nel 2024, toccherà all’Italia ospitare il 50o; e infine, da martedì 28 a giovedì 30, vertice della Nato a Madrid, nel 40esimo anniversario dell’adesione della Spagna all’Alleanza atlantica.

La guerra in Ucraina farà da minimo comune denominatore: se ne parlerà in tutte e tre le sedi, toni e accenti analoghi. E Draghi e il suo governo sono sostanzialmente allineati sulle posizioni europea e occidentale. Dopo l’invasione dell’Ucraina, la sintonia è ampia nell’Unione europea fra i Grandi e nella Nato: il tema è come uscire dal conflitto senza ‘remunerare’ Mosca per la sua aggressione e, nel contempo, sventando una ‘guerra del grano’ – letale al Terzo Mondo – e una ‘guerra dell’energia’ – letale a noi.

La pace non è alle viste e non è neppure una priorità condivisa – c’è chi punta a logorare la Russia con una “guerra lunga”, ad esempio, Stati Uniti, Gran Bretagna, Polonia, Paesi baltici. Draghi potrà, nelle varie sedi, riferire insieme al presidente francese Macron e al cancelliere tedesco Scholz della loro missione congiunta a Kiev la settimana scorsa; ma nessuno dei tre leader arriva alla settimana cruciale in condizioni eccellenti: Draghi ha turbolenze nella sua coalizione sempre più caravanserraglio; Macron non ha più una maggioranza; Scholz è sotto schiaffo degli ucraini perché fornisce loro con riluttanza le armi promesse.

La risoluzione approvata dal Parlamento italiano impegna, fra l’altro, il governo a “garantire sostegno e solidarietà al popolo e alle istituzioni ucraine, legittimati dall’art. 51 della Carta dell’Onu – che sancisce il diritto all’autodifesa individuale e collettiva – confermando il ruolo dell’Italia nell’ambito dell’azione multilaterale, a partire dall’Unione europea e dall’Alleanza Atlantica, finalizzata al raggiungimento del primario obiettivo del cessate il fuoco e della pace”. C’è uno iato con il mantra Usa e Nato della ‘guerra lunga’ destinata a fiaccare la Russia e a indebolirla militarmente ed economicamente. Ma Draghi ha risorse diplomatiche e dialettiche per destreggiarsi senza imbarazzi tra le indicazioni del Parlamento e le conclusioni dei vari vertici.

Sul fronte ucraino, la decisione attesa al vertice europeo, e di cui l’Italia è fautrice, è l’attribuzione all’Ucraina dello statuto di candidato all’adesione. Martedì 21, chiusa una riunione a Lussemburgo dei ministri degli Esteri dei 27, il ministro francese agli Affari europei Clément Beaune ha detto: “Abbiamo osservato un consenso totale sulla questione … Non si tratta di un’adesione immediata, sarà un percorso lungo… Ecco perché l’idea della comunità politica europea: ne abbiamo discusso alcune possibili modalità ma sarebbe complementare, non alternativa alla piena membership”.

La comunità politica europea è una proposta francese: aperta da subito all’Ucraina, alla Moldavia e alla Georgia, ma anche ai Balcani occidentali, che sono da anni in lista da attesa, sarebbe una sorta di casa comune provvisoria, in attesa che il processo di adesione si perfezioni, con il suo corollario di riforme spesso difficili da realizzare – e impopolari da attuare e da digerire.

Nella lettera di invito ai leader, il presidente dell’incontro Charles Michel scrive: “È il momento di riconoscere che il futuro di Ucraina, Moldova e Georgia è dentro l’Ue … Vi solleciterò a concedere lo statuto di candidato a Ucraina e Moldova … Parallelamente, continueremo a dare all’Ucraina forti risorse umanitarie e militari, sostegno economico e finanziario”.

La prospettiva europea dell’Ucraina è ormai “storia”, dice il capo della diplomazia Ue Josep Borrell: “Mosca dovrebbe prenderne nota”. Anche il presidente Usa Joe Biden considera “molto probabile” che l’Ucraina entri nell’Ue. Ma, da Mosca, l’ex presidente Dmitry Medvedev, un ‘super-falco’, nota che l’Unione potrebbe non esserci più, quando Kiev sarà pronta ad entrarci: “Se ne parla a metà secolo”.

I leader dell’Ue si apprestano a riaffermare “il forte impegno a provvedere un ulteriore supporto militare per aiutare l’Ucraina nella sua azione di auto-difesa contro l’aggressione russa e di difesa dell’integrità e della sovranità territoriale”. Parole in sintonia con le indicazioni di Lussemburgo, dove i 27 – spiega Borrell, che dopo una visita a Kiev ha abbandonato il linguaggio diplomatico – “hanno rinnovato l’impegno ad aiutare militarmente Kiev: la guerra continua e continuerà, con un pesante fardello di vite umane ogni giorno…”.

Nelle conclusioni del vertice, l’Ue s’appresta a ribadire “il forte sostegno all’Ucraina per la sua resilienza economica, militare, sociale e finanziaria” e a richiamare la Russia, che difficilmente terrà conto del monito, “al ritiro immediato e incondizionato di tutte le sue truppe dall’intero territorio ucraino secondo i confini internazionalmente riconosciuti”.

L’Italia vuole ritagliarsi un posto di prima fila nella ricostruzione dell’Ucraina, come dimostrato dalla missione a Kiev di Confindustria lunedì 20.

Energia ed emergenza alimentare saranno le angolature specifiche del G7, che produrrà parole più che decisioni. Mentre all’ordine del giorno della Nato c’è un punto ancora aperto e su cui si continua a negoziare, ma che non chiama direttamente in causa l’Italia: l’ingresso nell’Alleanza di Finlandia e Svezia è bloccato dal veto di Ankara che contesta a Helsinki e soprattutto a Stoccolma l’asilo offerto a esponenti del Pkk, il Partito dei lavoratori curdo, per la Turchia un’organizzazione terroristica. Si discute, ma non è sicuro che si trovi un compromesso in tempo utile. Un’incrinatura nello show d’unità dell’Occidente? Certo, ma il presidente turco Erdogan ha sempre sorprese in serbo.

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