Venerdì scorso si è concluso il nono Vertice della Americhe a Los Angeles, California. Un evento nato sotto la stella dell’esclusione unilaterale da parte degli Usa (paese anfitrione) di Nicaragua, Cuba e Venezuela: etichettati dall’amministrazione Biden come regimi antidemocratici dove si violano massivamente e sistematicamente i diritti umani. Questa posizione ha portato al rifiuto di partecipare ai lavori del vertice da parte del presidente del Messico (Andrés Manuel Lopéz Obrador), di quello della Bolivia (Luis Arce) e di quello dell’Honduras (Xiomara Castro). Neanche Najib Bukele e Alejandro Giammattei, rispettivamente presidente del Salvador e del Guatemala sono andati in California perché in aperto conflitto con Biden, mentre il presidente dell’Uruguay, Luis Lacalle Pou, ha dovuto rinunciare al viaggio perché positivo al Covid 19.

Fino all’ultimo momento in bilico anche la partecipazione di Jair Bolsonaro (presidente del Brasile) che aveva chiesto un incontro bilaterale con Biden al margine del vertice come condizione per partecipare ai lavori delle delegazioni diplomatiche a Los Angeles. Joe Biden aveva all’inizio rifiutato questa conditio sine qua non del suo omologo brasiliano ma l’8 di giugno, visto le numerose assenze (ben 9 presidenti dei 35 paesi facenti parte dell’Organizzazione degli Stati Americani – OSA, mancavano all’appello) ha acconsentito all’incontro.

Così Bolsonaro ha fatto la sua apparizione in California, in ritardo ma in tempo per fare il suo discorso venerdì 10, giorno nel quale è stato anche presentato il progetto per una migrazione coordinata e ordinata, testo già passato alla storia come “Dichiarazione di Los Angeles”. Questo documento è sicuramente il grande obiettivo che voleva raggiungere Biden in questo vertice politicamente “zoppo”, dove si è parlato di soluzione alla crisi migratoria senza contare però con la presenza di nessuno dei presidenti dei paesi centroamericani che sono uno dei centri focali del fenomeno. Nessun paese dovrebbe assumere da solo il peso dei flussi migratori”, ha detto Biden, mentre presentava il testo della dichiarazione di Los Angeles insieme a i suoi pari del continente. “Dobbiamo fermare le dinamiche pericolose e illegali con le quali le persone stanno migrando. La migrazione illegale non è accettabile e metteremo al sicuro i nostri confini”, ha poi aggiunto. Mentre risuonavano queste parole nel Centro di Convenzioni nel downtown di Los Angeles arrivava però la notizia di una nuova enorme carovana, circa 5000 persone, composta principalmente da venezuelani, che aveva iniziato la marcia dal sud del Messico (Chiapas) per arrivare alla frontiera nord con gli Usa.

Nel vertice anche la società civile delle Americhe ha giocato un ruolo importante, presentando petizioni coordinate ai rappresentanti diplomatici degli stati del continente americano su temi cruciali quali sono le sfide del cambio climatico e l’uguaglianza di genere tra gli altri. In questo senso una delle grandi petizioni che ha fatto breccia e che trovato l’avallo e l’appoggio del presidente della Colombia Iván Duque e del segretario generale dell’Osa, Luis Almagro, riguarda la creazione di nuovo trattato globale per eradicare la violenza contro donne e bambine. Al vertice infatti ha partecipato anche una delegazione dell’alleanza Every Woman Treaty: una coalizione globale di oltre 1.700 attiviste per i diritti delle donne, provenienti da 128 paesi diversi e appoggiate da 840 organizzazioni. Un’alleanza internazionale che lavora dal 2013 per raggiungere uno standard globale vincolante sull’eliminazione della violenza contro donne e bambine e che dopo anni di consultazioni e lavoro di attivismo, nel novembre 2021 ha lanciato una bozza di trattato, che rappresenta un punto di partenza per gli Stati per discutere e approvare un nuovo quadro giuridico globale vincolante in materia.

L’appello, come detto, è stato raccolto da Iván Duque, che durante il suo discorso di chiusura, venerdì 10, ha dichiarato: “Oggi voglio fare riferimento alla difesa illimitata dei diritti umani, e in particolare accogliere tutte le voci che chiedono a gran voce che adottiamo questo trattato internazionale per respingere ogni forma di violenza contro le donne e le bambine. Lì si concentra uno dei più grandi drammi della nostra regione…”.

Anche Luis Almagro ha sottolineato che “abbiamo la responsabilità di promuovere e proteggere i diritti fondamentali delle donne e delle bambine in tutta la loro diversità, il diritto di ogni individuo a essere libero da ogni forma di violenza […] Dobbiamo impegnarci a promuovere urgentemente un nuovo trattato globale autonomo per porre fine alla violenza contro donne e bambine”.

Dalle Americhe dunque, in uno scenario di grande simbolismo, queste due importanti voci si uniscono a quelle dei premi Nobel per la Pace Jody Williams, Shirin Ebadi e Tawakkol Karman, a quella della ex relatrice speciale dell’Onu per la violenza contro le donne Rashida Manjoo e dei presidenti della Repubblica democratica del Congo, Félix Tshisekedi, e della Nigeria, Muhammadu Buhari. Un movimento globale e plurale che chiama ad una azione urgente per arrestare la violenza contro donne e bambine, una violenza che UN Women chiama “shadow pandemic” (pandemia nell’ombra) e che l’OMS cataloga come “devastantemente generalizzata”. Basti pensare che i dati dell’Onu di dicono che una donna su tre nel mondo soffre violenza e che solo nel 2020, ben 81.000 donne e bambine sono state assassinate: una ogni 6 minuti e mezzo.

*L’autore di questo articolo è il Coordinatore regionale per l’America Latina e i Caraibi di Every Woman Treaty e, in tale ruolo, ha partecipato presenzialmente al Vertice delle Americhe.

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