Guerrigliere, leader indigene, meticce, contadine, povere, migranti o lesbiche: sono le protagoniste di quello che è il nuovo femminismo contemporaneo, che ha come protagonista l’America Latina. Dalla lotta per il diritto di voto, l’aborto e il divorzio, che hanno infiammato l’Europa negli anni ‘60 e ‘70, ora il vero epicentro del movimento, più rinnovato e forte che mai, è il sud del continente americano. Dall’esplosione del movimento Ni Una menos (Non una di meno) contro i femminicidi e dei pañuelos verdes per la legalizzazione dell’aborto in Argentina nel 2015, il femminismo è diventato sempre più forte e diffuso in tutti gli stati latinoamericani, passando dall’essere un movimento radicale di controcultura ad un fenomeno sociale popolare capace di fare le pulci ai governi, oltre che di entrare nelle istituzioni, come dimostra la presidenza della Corte Interamericana dei diritti umani affidata alla costaricana Elisabeth Odio Benito, femminista dichiarata con una vasta esperienza nella giustizia di genere, o la sindaca di Bogotá, Claudia López, attivista femminista e del colectivo Lgbti.

“In un primo momento è stata l’indignazione per i femminicidi avvenuti in Argentina ad accendere la miccia e ridare fuoco alla lotta femminista in tutta l’America Latina, dove comunque non si era mai sopita”, spiega al fattoquotidiano.it Monica Tarducci, antropologa dell’Università di Buenos Aires e membro del Collettivo di antropologhe femministe argentine (Caf). “Le disuguaglianze però sono diventate sempre più evidenti e il modo di comunicazione attuale, diverso da quello del passato con internet e i social, ha creato le condizioni perché il movimento e le proteste diventassero di massa – continua -. Oggi il femminismo ha molte sfaccettature, non si sa ancora se è uno stile di vita come lo è stato nel passato, ma indubbiamente ha acquisito una connotazione popolare, perché ha raggiunto e coinvolto anche contadine e indigene”.

In Argentina il movimento femminista ha messo alle corde il premier conservatore di Mauricio Macri, obbligandolo prima ad impegnarsi contro la violenza di genere e poi ad aprire il dibattito parlamentare sul progetto di legge per la depenalizzazione dell’aborto (approvato solo lo scorso dicembre sotto il governo di Alberto Fernandez). In Cile nel 2018 ha contribuito a scatenare le proteste e occupazioni a oltranza nelle università contro abusi sessuali ed educazione sessista sull’onda anche del movimento #metoo, per poi diventare uno dei protagonisti delle proteste sociali scoppiate nell’ottobre 2019, in cui è comparso sulla scena il collettivo Las Tesis con la sua performance “El violador eres tu”, diventata virale in tutto il mondo. Durante la pandemia i gruppi femministi cileni si sono organizzati per aiutare donne e madri sole in difficoltà con cucine comunitarie e servizi di baby-sitting, hanno fatto pressione per far approvare al governo provvedimenti a sostegno delle classi più deboli, e ora diverse rappresentanti del partito femminista sono state elette tra i costituenti che dovranno riscrivere la Costituzione varata durante la dittatura di Augusto Pinochet.

In Bolivia il governo di sinistra di Luis Arce, eletto a fine 2020, ha scelto una donna indigena di etnia quechua come ministra per la Cultura e decolonizzazione, Sabina Orellana Cruz, mentre in Ecuador Nemonte Nemquimo, della tribù amazzonica Waorani, ha ricevuto nel 2020 il premio Goldman (il Nobel per l’ambiente) per aver guidato la sua gente contro le imprese del petrolio, cui lo Stato voleva dare in concessione parte del loro territorio per attività estrattiva, ottenendo una storica vittoria in tribunale, e anche a proteggersi contro la pandemia. In Perú un’altra donna, l’attivista Liz Chicaje Churay, ha da poco ricevuto il premio Goldamn per essere riuscita a proteggere la biodiversità di un luogo che vanta numerose specie rare o uniche, convincendo il governo a creare, nel gennaio 2018, il Yaguas National Park, un’area vasta come il parco nazionale di Yellowstone che si estende per oltre 2 milioni di acri nella foresta amazzonica.

In Messico invece è stata da poco approvata la Legge Olimpia contro le molestie digitali: una vera e propria riforma normativa che prevede fino a 6 anni di carcere a chi diffonde immagini di contenuto intimo e sessuale senza il consenso della persona coinvolta, o per chi registra, fotografa, stampa o elabora contenuti intimi e sessuali senza autorizzazione. Il provvedimento, approvato dal Senato lo scorso aprile, è entrato in vigore a livello nazionale il 2 giugno dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, e si aggiunge alla Legge generale per l’accesso delle donne ad una vita libera dalla violenza, approvata lo scorso novembre. La legge Olimpia deve il suo nome ad un’attivista dello stato di Puebla, Olimpia Coral, che ha proposto il progetto di legge dopo essere stata vittima nel 2013, a soli 18 anni, di un’episodio di violenza digitale, con un video che la ritraeva mentre aveva rapporti sessuali con il fidanzato, che ha iniziato a girare sui social e whatsapp della piccola città dove viveva. Anche se la polizia all’inizio le ha detto che ciò che succede su internet non è reale e quindi non può configurarsi come violenza, Olimpia non si è arresa e ha continuato la sua lotta creando il Fronte nazionale della sorellanza, finché alcuni stati non hanno iniziato a legiferare con leggi locali, per poi arrivare al recente risultato nazionale. In un paese dove i senatori si scambiano foto di donne durante le sessioni parlamentari, per Olimpia e le altre che l’hanno accompagnata in questa lotta non è stato facile non arrendersi. “L’unica cosa che mi ha fatto andare avanti è stato sentirmi accompagnata dalle mie compagne. Proprio questo significa la parola sororidad (sorellanza): sapere che se una di noi ha bisogno, ci saremo tutte ad appoggiarla, indipendentemente dal fatto che ci conosciamo o andiamo d’accordo”. E infatti sororidad è una delle parole chiave che ha marcato le lotte e le discussioni dei gruppi femministi latinoamericani, che si sono concentrate anche sulla lingua. Se infatti in spagnolo, a differenza dell’italiano, da sempre si usa il femminile per tutte le cariche e i lavori (ministra, alcaldesa/sindaca, jueza/magistrata), ora c’è il plurale inclusivo: non più solo maschile in -os e femminile in -as, ma è tutto in -es.

Quale sarà l’evoluzione di questo movimento? Al momento le femministe latinoamericane non hanno un’unica agenda, né si considerano un movimento unico. Vanno oltre gli obiettivi del femminismo bianco occidentale su diritti civili e uguaglianza formale. C’è una prospettiva di decolonizzazione e di comunità che vede il corpo delle donne come un territorio di lotta. La fine della violenza maschilista e l’accesso ai diritti riproduttivi sessuali sono indubbiamente le richieste più urgenti nella realtà latinoamericana, visto l’alto tasso di femminicidi (ben 4.640 nel 2019), l’alto tasso di gravidanze tra adolescenti (1,5 milioni all’anno) e le leggi ultra-restrittive che ancora vietano l’aborto completamente in molti paesi, come El Salvador, Repubblica Dominicana e Honduras. “Ma la lotta femminista – conclude Tarducci – nel nostro continente è più ampia, ha al centro le disuguaglianze, peggiorate ulteriormente con la pandemia. Ora si ha una visione più ampia, le si capisce meglio e ci si focalizza su nuovi obiettivi”. Una cosa è sicura: le donne e le femministe non hanno alcuna intenzione di fermarsi.

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