Una buona notizia nella lotta contro i tumori. Consumare pesce in scatola riduce del 34% il rischio di cancro al colon-retto. È il risultato di una ricerca condotta dall’Istituto Mario Negri di Milano e dall’Università di Milano. Cerchiamo di capire meglio a quali condizioni e quali tipi di pesce presentano questo vantaggio. “I risultati della nostra ricerca mostrano un’associazione inversa tra il consumo di pesce in scatola e il rischio di insorgenza di tumore al colon-retto, tenendo conto dei principali fattori di rischio noti per questo tumore, legati sia all’alimentazione che allo stile di vita”, ci spiega la dottoressa Carlotta Franchi, responsabile del Laboratorio di Farmacoepidemiologia e Nutrizione Umana- Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS e coordinatrice scientifica dell’Italian Institute For Planetary health (IIPH). “In particolare, assumere almeno due porzioni a settimana di pesce in scatola sott’olio, pari a circa 160 grammi, arrivava a ridurre il rischio del 34%. I dati che abbiamo analizzato sono stati raccolti all’interno di due studi condotti tra gli anni ‘90 e il 2010 tramite un questionario che analizzava le frequenze di consumo settimanale di più di 60 alimenti. Tra questi, oltre al pesce fresco, abbiamo raccolto l’informazione specifica sul consumo di pesce in scatola sott’olio (tonno, sgombro, sardine)”. Va sottolineato, così come è indicato anche nello studio, che la dottoressa Franchi è membro del comitato scientifico della campagna editoriale ed educativa “Il pesce è sano”, promossa da Bolton Food Spa, l’azienda che detiene marchi produttori proprio di prodotti ittici in scatola come Rio Mare e Palmera.

Dottoressa Franchi, c’erano già altri studi che evidenziavano questi dati?
“La letteratura aveva già messo in evidenza il ruolo protettivo del pesce nei confronti di questo tipo di tumore e di altri del tratto gastrointestinale, ma nessuno aveva ancora analizzato l’effetto del consumo di pesce in scatola, separatamente da quello fresco”.

Nello studio si ipotizza che i benefici “siano collegati al contenuto di acidi grassi Omega-3 o ad altri nutrienti presenti nel pesce stesso”. In che modo gli Omega-3 agiscono come protezione del colon-retto?
“Diversi studi preclinici in vitro e in vivo hanno dimostrato le proprietà antinfiammatorie degli Omega-3 e conseguentemente i possibili effetti anticancerogeni. Il loro ruolo nel contrastare la comparsa del tumore al colon-retto nell’uomo rimane ancora controverso. Alcuni tipi di pesce sono ricchi di selenio, un’altra sostanza che si è visto avere un ruolo protettivo nei confronti di alcuni tipi di tumori. Non possiamo comunque escludere nemmeno un effetto dell’olio d’oliva in cui il pesce è conservato”.

Sembra di capire che il consumo di pesce in scatola, rispetto a quello fresco, sarebbe più efficace nella prevenzione? Può chiarirci questo punto?
“Non è stato fatto un confronto tra consumo di pesce in scatola e pesce fresco. Abbiamo infatti valutato l’effetto del pesce in scatola in chi lo consumava, rispetto a chi non lo mangiava, in un gruppo di pazienti affetti da tumore rispetto a un altro gruppo di pazienti non ammalati dello stesso tumore. Quando invece abbiamo analizzato se ci fosse la stessa relazione tra i diversi tipi di pesce (fresco, in scatola ed entrambi) rispetto al non mangiare pesce in assoluto (né in scatola né fresco), abbiamo osservato una riduzione maggiore di rischio in chi assumeva entrambi. Il processo di inscatolamento inoltre viene fatto in maniera da conservare il più possibile le caratteristiche nutrizionali dell’alimento fresco. Il pesce in scatola è di fatto un pesce minimamente processato, perché cotto a vapore, pulito, messo sott’olio e inscatolato senza conservanti”.

Il cibo in scatola può presentare l’inconveniente di interagire, seppur in quantità minime, con il materiale del contenitore, come l’alluminio? Non sarebbe da preferire eventualmente il vetro?
“Il pesce in scatola può essere commercializzato in contenitori in alluminio, in banda stagnata o in vetro. Esistono normative europee che fissano i limiti massimi di legge per la presenza di eventuali sostanze rilasciate nel cibo, a cui tutte le aziende produttrici del settore devono attenersi sottoponendosi a stringenti controlli. Il tema della contaminazione del cibo dovuta al contatto con il suo imballaggio è peraltro un aspetto che studiamo presso il Mario Negri con esperti e laboratori dedicati”.

I dati da cui sono state tratte queste conclusioni si basano su due ricerche. Qual è il metodo adottato nelle indagini e quali interrogativi lascia ancora aperti?
“Come accennato all’inizio, sono stati condotti due studi caso-controllo a partire dai primi anni ‘90 fino al 2010 in diverse aree italiane sparse tra Nord, Centro e Sud, che hanno coinvolto circa 2.400 casi di pazienti affetti da tumore al colon-retto e 4.700 controlli, ossia pazienti ricoverati negli stessi ospedali ma non affetti dallo stesso tumore. Queste persone sono state tutte intervistate di persona per conoscere le loro caratteristiche sociodemografiche, antropometriche, cliniche, il loro stile di vita, le loro abitudini al fumo e all’alcol, e le loro abitudini alimentari. Questo ci ha permesso di ottenere un risultato che tenesse conto di molti dei fattori di rischio noti per il tumore al colon-retto. L’obiettivo è ora quello di indagare se questo effetto si possa osservare anche in altri tumori del tratto gastrointestinale, come stomaco, esofago e cavità orale”.

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