“NO ALLA GUERRA! È per me importante ripetere incessantemente questa frase, sono convinto che la cultura e le persone possono fermare la guerra, che finirà e vivremo in pace”. Parole forti, chiare e inequivocabili sono uscite dalla bocca del regista russo dissidente Kirill Serebrennikov a conclusione della proiezione ufficiale di ieri sera del suo film in concorso, Tchaikovsky’s Wife, a cui è seguito un applauso convinto dal pubblico in sala. Non sarebbe certamente stato accolto al 75° Festival di Cannes non fosse Serebrennikov da decenni contrario al regime di Putin (nel 2018 era agli arresti domiciliari): Thierry Fremaux si è battuto per averlo “in presenza” nuovamente alla sua kermesse dopo aver partecipato a diverse edizioni precedenti, inclusa quella del 2021. E il cineasta nativo di Rostov sul Don ha accolto con gioia un invito non facile, ma per lui e tutta la cultura russa fondamentale, in un momento come questo. “Se qualcuno il 23 febbraio mi avesse detto che l’indomani la Russia avrebbe iniziato una guerra così gli avrei dato del pazzo. È una totale catastrofe, una forma di suicidio perpetrata dal governo russo, e anche per noi in Russia la situazione è drammatica, nessuno sa cosa succederà” ha dichiarato alla conferenza stampa riservata al suo film che, in qualche forma, si collega a questa idea di suicidio essendo il racconto della giovane moglie di Piotr Tchaikovsky, da lui ripudiata ma che dal musicista non volle mai divorziare, rimanendogli devota e ossessivamente legata.

La vicenda di Antonina Ivanovna Miliukova è dunque una sorta di suicidio intimo dentro a una passione malata ai limiti dell’autismo, una lenta e rovinosa discesa all’inferno di una donna metafora di un Paese in rapida decadenza morale e sulla via di una mutazione radicale. Sempre ammantata da imponente formalismo, l’opera di Serebrennikov sull’universo di una figura fondativa della cultura russa come Tchaikovsky ha dato l’occasione al cineasta di dire la sua sul diffuso boicottaggio internazionale nei confronti di tutto ciò che è russo, passato, presente e forse futuro: “Io comprendo che la gente stia boicottando la nostra cultura, quello che sta succedendo è insopportabile, ma è impossibile continuare così: la cultura, l’arte, la creazione sono l’essenza del vivere, non si può pensare di boicottare Tchaikovsky, Dostoevskij, Tolstoij, la nostra musica, pittura, il cinema.. una cultura che ha sempre promosso i valori, la fragilità, l’anima umana, ed è sempre anti-militaristica, contro la guerra perché questa distrugge umanità e cultura. Noi come persone di cultura dobbiamo combattere per promuovere questi valori”.

E alla polemica sollevata dall’Ukrainian Film Centre, che aveva richiesto il ritiro del suo film a Cannes perché co-finanziato da una società controllata da Abramovich, Serebrennikov reagisce difendendo l’oligarca (“persino Zelensky ha chiesto a Biden di non gravarlo con sanzioni perché lui è un uomo di pace e cultura, ha partecipato ai negoziati di pace fin dall’inizio”) ma soprattutto affermando di non aver mai ricevuto denaro dal Ministero della cultura da diversi anni, certamente prima del 2014, quando ancora il ministero culturale “aveva una dignità e non era una vergogna. E comunque comprendo l’istanza degli ucraini ed anzi, voglio aggiungere di avere personalmente legami con l’Ucraina, ho amici che vivono situazioni drammatiche, voglio esprimere tutta la mia partecipazione e solidarietà”. Tchaikovsky’s Wife uscirà prossimamente nelle sale italiane distribuito da I Wonder.

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