Mentre ancora si attende l’approdo del decreto Aiuti in Gazzetta ufficiale, due riforme che il governo Draghi ritiene cruciali per superare alcune strutturali debolezze italiane restano impantanate in Parlamento. Si tratta di delega fiscale e disegno di legge sulla concorrenza, entrambe previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza ed entrambe approvate dal consiglio dei ministri (la prima senza il voto della Lega) ormai lo scorso autunno. L’iter parlamentare è stato talmente accidentato da costringere il premier a più di una marcia indietro. “Si sono registrati arretramenti che da questo governo non ci saremmo aspettati”, ha attaccato domenica sul Corriere della Sera l’ex commissario europeo e presidente del Consiglio Mario Monti. “Così l’Italia sta sprecando forse l’ultima seria occasione per avvicinarsi ad essere una moderna economia sociale di mercato“. Il punto è che, nonostante i compromessi per tenere insieme la litigiosa maggioranza, la quadratura pare lontana. Per il varo del ddl concorrenza in Senato si parla ormai di luglio. E sul fisco forse servirà l’ennesimo vertice tra i leader.

Ancora non si è visto il testo finale delle delega frutto di estenuanti mediazioni sul catasto e poi sulla tassazione dei redditi da capitale, che hanno richiesto due faccia a faccia tra Mario Draghi e i leader del centrodestra con conseguenti maldipancia di Pd e M5s. Alla fine, dall’articolo sulla nuova mappatura degli immobili è stato cancellato il riferimento al “valore patrimoniale” degli immobili. Lasciando però l’indicazione che alle case, accanto alla rendita catastale usata per calcolare l’Imu, verrà attribuita anche una rendita ulteriore calcolata in base ai criteri di un Dpr 1998 in cui si citano esplicitamente “valori e redditi medi espressi dal mercato immobiliare”. Insomma: nella sostanza cambia poco. Più rilevante il cedimento sul sistema di tassazione duale per lasciare invariate le cedolari su locazioni e titoli di Stato accontentando Lega e Forza Italia. Ora le altre forze politiche vogliono garanzie su altre misure, per esempio il cashback fiscale proposto dai 5 Stelle, recepito nelle riformulazioni messe a punto a inizio aprile dal Tesoro. Che aveva colto l’occasione per inserire nel testo anche il “pieno utilizzo” ai fini della lotta all’evasione delle informazioni derivanti dalle fatture elettroniche e la “piena realizzazione dell’interoperabilità delle banche dati”, cruciale per raggiungere una delle milestone previste dal Recovery plan per il 30 giugno. L’obiettivo è però appeso a un pronunciamento del Garante privacy.

Nel frattempo sta perdendo pezzi il ddl concorrenza, vera spina nel fianco per il premier che presentando il Piano di ripresa in Parlamento aveva ricordato come le norme che frenano la concorrenza “creano rendite di posizione e incidono negativamente sul benessere dei cittadini”. Fin dall’inizio il provvedimento è finito ostaggio non solo delle lobby ma soprattutto dei partiti che se ne fanno portavoce. Prendiamo le concessioni balneari: per accontentare il Carroccio e mantenere la pace nella maggioranza la clamorosa decisione iniziale era stata quella di limitarsi ad una mappatura della situazione esistente, nonostante la messa in mora da parte di Bruxelles. A febbraio però il governo è stato costretto a prevedere la messa a gara dopo che il Consiglio di Stato ha sancito che le concessioni esistenti saranno valide solo fino alla fine del 2023. Partita chiusa? Nemmeno per sogno: all’inizio di maggio i relatori in commissione al Senato hanno riaperto i giochi. Con le elezioni amministrative alle porte – il 12 giugno si vota, per dire, a Genova e Palermo, Riccione, Forte dei marmi, Sabaudia, San Felice al Circeo, Arzachena e Stintino – la Lega ha proposto di rinviare le gare di cinque anni concedendo prelazioni e indennizzi ai vecchi concessionari. Pd e Movimento 5 Stelle (che pure era al governo quando è stata varata la proroga al 2034 poi bocciata) sono contrari ma non senza distinguo sulla necessità di “difendere il nostro turismo balneare” e scongiurare il presunto rischio di assalti delle multinazionali alle spiagge italiane.

Risultato: il provvedimento, che doveva approdare finalmente in aula mercoledì scorso, è ancora congelato. Durante l’iter in commissione sono state depotenziate via emendamenti anche le norme sulla messa a gara dei servizi pubblici locali (gli enti non dovranno più dare spiegazioni anticipate all’Antitrust) e delle concessioni idroelettriche, per le quali un emendamento al decreto Ucraina bis introduce la possibilità di ricorrere al golden power. Resta poi da chiudere l’articolo sulla nomina dei componenti delle authority, dalla Consob ad Arera, Anac, Agcom e Garante privacy: per “rafforzarne l’indipendenza” il testo iniziale prevedeva la nomina di commissioni tecniche di esperti incaricati di selezionare di quattro candidati da sottoporre alle autorità politiche responsabili delle nomine. Di qui all’estate vedremo quanta parte del ddl reggerà e se Draghi, come auspica dal Corsera l’impopolare ex premier Monti, si “rimboccherà le maniche” in vista di “scontri” in Parlamento e con i partiti “che possono anche comportare escoriazioni e perdite di consenso e popolarità“.

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