Dato che, come è stato ricordato spesso in questi giorni, l’Eurovision song contest nasce ispirandosi al Festival di Sanremo, per parlarne userò lo stesso schema che da anni seguo su queste pagine nei giorni sanremesi. Vale a dire il non certo originale schema del meglio e del peggio.

Il meglio dunque viene dalle esibizioni. Non giudico le canzoni (ci penseranno altri ben più competenti in materia), ma la loro messa in scena, che è una cosa sempre più complessa, articolata, multimediale, ora performance artistica ora vero e proprio teatro, uso del corpo, del palcoscenico, degli effetti speciali. Certo non tutte le messe in scena sono state dello stesso livello. C’è stato chi ha proposto banalmente il modello discoteca (Spagna), chi ha sviluppato piacevolmente la vena etnica (Moldavia), chi ha seguito un’originale linea astratta (Svezia), chi ha strizzato l’occhio al teatro povero con esiti affascinanti (Serbia). Alla fine, la mia sensazione è che l’Eurovision sia un’occasione per vedere del teatro. E di questi tempi non è poco.

La delusione invece arriva dall’organizzazione televisiva della materia. Tre conduttori mi sembrano troppi. Ne basterebbe uno e dei tre, non ho dubbi, mi terrei Mika. Per carità, tutti con un ottimo inglese, nessuna gaffe, un compito svolto correttamente ma senza particolari guizzi, con il freno a meno tirato nonostante le urla di entusiasmo che mi sono sembrate più esibite che autentiche. Il problema mi è sembrato quello delle parti in commedia non ben definite e distribuite, anzi sovrapposte. Se poi veniamo all’edizione italiana la sovrapposizione diventa insopportabile perché ai tre presentatori si aggiungono le voci del tre traduttori-commentatori e la loro commedia con il bravo Corsi intento a mitigare l’incontinenza di Malgioglio. Meglio sarebbe stato avere una traduzione sovrimpressa che riguardasse anche le parole dei pezzi musicali, i testi che sono un elemento impostante delle canzoni e in ogni caso più interessanti del catalogo dei fidanzati di Malgioglio.

Infine, tra le cose che non ho amato segnalo la vittoria prevista, annunciata dell’Ucraina frutto di scelte politiche più che artistiche. Spero che questa mia considerazione non mi valga l’inserimento in qualche lista di putiniani. Per proteggermi dal pericolo confesso che la mia canzone preferita era quella della Svezia, un paese che ha chiesto l’adesione alla Nato.

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