Pensavo che sarebbe stata un’opera sull’Europa centro-orientale e sulla nostra difficile uscita dal comunismo. Ma nel frattempo le persone con i capelli scompigliati e gli occhi da pazzo avevano cominciato a comparire anche in quei Paesi che non avevano mai conosciuto il comunismo. E si è capito che la paura di un mondo che cambia, la nostalgia per qualcuno che ti alleggeriva le spalle dalla responsabilità, il bisogno di qualcuno che ti dica che tornerà a essere come prima (cioè meglio) sono sentimenti universali. E non siamo solo noi, nella Terra della Transizione, a flirtare con certe persone: c’è anche mezzo Occidente che amoreggia con quelli che hanno i capelli scompigliati e non hanno niente da offrire se non promesse senza garanzie. Queste promesse le avvolgono in una carta luccicante e fanno finta che dentro ci sia una caramella. E la gente, per questa caramella, si alza sulle zampe e inizia a ballare. La libertà fa male. E farà male. Siamo pronti a pagare per lei un prezzo più alto di quanto non abbiano fatto gli orsi danzanti?

Orsi danzanti, di Witold Szablowski (traduzione di Leonardo Masi; Keller Editore), è uno straordinario reportage che partendo dalla Bulgaria si muove in tutto l’ex blocco sovietico (spostandosi ai suoi confini balcanici e a Cuba, Atene, Londra), alla ricerca delle tracce lasciate dal mondo antico del socialismo reale. Si parte dal 2007, quando gli orsi ballerini, impresa ricreativa redditizia per i clan rom bulgari, vengono portati nella riserva di Belitsa, dove devono riabituarsi alla vita “selvaggia” senza catene, diete velenose e padroni a dargli ordini.

Da questa prima “metafora sul tempo che fu” Witold Szablowski dipana storie, testimonia opere, interviste che percorrono le strade de L’Avana, uomini d’affari proletari e maestre di salsa passano tra i vecchi polacchi senzatetto della Victoria Station, si inabissano nel sottosuolo dentro le migliaia di bunker voluti da Enver Hoxha, ascoltano i rancori e le melanconie di serbi e kosovari, assistono all’orgogliosa rabbia degli anarchici greci e si mischiano alle sincere parole di chi fa avanti e indietro dal confine tra Polonia e Ucraina per vendere merce di contrabbando.

Il testo, uscito nel 2014, presenta notevoli spunti per capire l’attualità dei giorni nostri. Lontano mille miglia dalla boriosa spocchia dei tuttologi dal divano facile e l’ardore in freezer, il reporter polacco ci fa immergere in un viaggio intelligente, umano, a tratti commovente, sui percorsi della storia. Di quei margini che molti di noi non vorrebbero vedere.

Mentre noi ci trovavamo sul ponte di frontiera, la diplomazia di Bruxelles stava pensando a come spostarla più in là, questa frontiera (…) Ancora non sapevano che poco dopo Vladimir Putin avrebbe strappato la Crimea all’Ucraina. Ma gli ucraini con cui ho parlato una cosa la sanno fin troppo bene, il loro ingresso in Europa non sarà una strada cosparsa di rose: ‘La prima cosa, la più importante, è che Putin non ci lascerà andare. Per lui l’Ucraina è un pezzo di Russia (…) Del resto il Donbass, si unirebbe volentieri alla Russia. Lì parlano russo e ancora oggi rimpiangono l’Unione Sovietica, dicono che era un Paese fantastico e tutti avevano un lavoro.

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