Carlo Calenda ha rilasciato una lunga intervista al Corriere della Sera in occasione dell’uscita del suo saggio politico “Riscoprire il valore del limite“. “È un libro controverso per un liberale come me, perché teorizzo il limite del liberalismo per come l’abbiamo inteso: l’uomo alla ricerca di diritti illimitati ha finito per confondere i desideri coi diritti”, spiega a Candida Morvillo. E l’intervista è anche l’occasione per domande più legate alla sfera intima del leader di Azione: “A 14 anni, ho completamente deragliato, ho cominciato a farmi le canne, a non andare a scuola, sono stato bocciato, poi ho avuto una figlia a 16. Mi avevano mandato in crisi le aspettative: mi avevano fatto cominciare le elementari dalla seconda perché dicevano che ero precoce; mio padre mi faceva commentare un passo della Divina Commedia tutte le sere… Infatti, coi miei figli, io ho distinto molto fra dovere e aspettative. Io, da ragazzo, ho fatto tutto quello che serviva per dire: non mi rompete. Frequentavo brutta gente, facevo a pugni, mi rompevano il naso, facevo politica in modo violento”. Dopo gli anni turbolenti dell’adolescenza, Calenda si è “raddrizzato” con la nascita della figlia Taj. E che padre è oggi? Le idee sono molto chiare, con il ruolo fondamentale che deve essere svolto dalla scuola: “Cito Bertrand Russell, che scrive L’elogio dell’ozio non nel senso di non fare un tubo, ma di elogio di un sapere funzionale all’anima, e faccio una proposta: tutti i ragazzi italiani di qualunque condizione sociale devono fare il liceo. Chi fa liceo e università risulta fra i migliori studenti d’Europa, chi fa studi tecnici è fra i reietti che non leggono un libro, non conoscono i poteri dello Stato. Gli studi professionali e tecnici devono essere rinviati a dopo. Prima, dobbiamo formare uomo e cittadino. In una società del benessere, fino a 18 anni, s’imparano arte, storia, musica, cultura, cose che daranno un vantaggio competitivo e che, soprattutto, eviteranno la frustrazione che deriva dall’essere incanalati verso una professione che, tanto, cambierà e senza avere altro mondo che non stare sui social e comprare cavolate. Io, ai miei figli, ho vietato videogiochi e telefonini fino ai 14 anni, così che si abituassero, invece, a leggere libri. Assistiamo allo scempio di una generazione trascinata dall’idea di poter vivere nel metaverso. Fosse per me, Marc Zuckerberg si dovrebbe ingoiare il metaverso”.

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