Il Conte d’Almaviva a un certo punto compare travestito da pompiere con tanto di gancione di metallo come da dotazione del nucleo speleo-alpino-fluviale. Rosina invece prende una sedia, sale sul tavolo e balla perché si sente molto Lorena Forteza nel Ciclone. Figaro – che a Siviglia è barbiere ma soprattutto faccendiere – distribuisce biglietti da visita del suo punto vendita “Pomata fina” e si porta appresso una cassetta degli attrezzi che consta tra le altre cose di: parrucca bianca con codino, metro ripiegabile da carpentiere, stetoscopio per auscultare cuori alla bisogna (presto la barba, qua la sanguigna, è solito cantare d’altra parte). Tutto succede non già nell’abitazione di Don Bartolo bensì nel suo ristorante, il Don Bartolo’s Club che come ormai anche nelle trattorie di campagna non si nega il fregio di lounge bar ed essendo in Spagna non può che avere una testa di toro nel logo dell’insegna. L’ultima produzione di VoceallOpera trascina l’opera buffa di Gioachino Rossini – trionfo planetario da 206 anni – qui, nei posti nostri, e ora, nei giorni nostri. Il risultato più immediato è che – grazie alla regia di Giulia Bonghi, alle scene di Luca Giombi e a tutti gli interpreti, coristi compresi – il tasso di comicità che già anima il capolavoro del compositore pesarese aumenta il suo peso specifico e in certi casi il buffo diventa esilarante. Quello più riflessivo è che la traduzione del Barbiere di Siviglia nella dimensione di oggi diventa – in certi passaggi quasi a sorpresa – del tutto credibile oltre che piena di energia, sarà perché regista, scenografo e quattro cantanti erano al loro debutto (miracoli di VoceallOpera).

Insomma: donne, è arrivato l’arrotino e l’ombrellaio e il suo nome è Figaro, l’aggiustatutto. Aggiusta anche matrimoni indesiderati e amori agognati che detta così è Temptation Island scritta due secoli e mezzo prima. Per brevità e per chi ancora non sa, all’osso la storia è che il bacucco di Don Bartolo (Lorenzo Liberali, implacabile nel far essere credibile un Bartolo giovanissimo) vuole sposare Rosina (Leonora Tess, finalmente una Rosina sanguigna) perché lei, orfana, ha una dote mentre lui, cariatide in declino, da un po’ si è ritrovato a stringere la cinghia. In città però è arrivato il Conte d’Almaviva (Filippo Pina Castiglioni, alla 941esima in questa parte: leone del palco e allenatore in campo alla Iniesta). Almaviva si è invaghito di Rosina e lei di lui e quindi Figaro (Francesco Bossi, barbiere inappuntabile) fa appunto il Filippo Bisciglia per vedere se si può sistemare la faccenda tra sotterfugi, magagne, frizzi, lazzi, capovolgimenti di fronte.

La regia di Bonghi permette allo spettatore una visione in 4k: al posto della platea centrale dello Spazio Teatro 89 di Milano (a Quarto Cagnino, periferia, dove VoceallOpera porta sempre l’opera lirica) c’è la sala del ristorante Don Bartolo’s e seduti ai tavoli c’è appunto il pubblico. Sui tavolini si trova tutto quello che si deve trovare, compresi gli stuzzichini e i flute da prosecco, il menù in formato brochure. E mentre parte la sinfonia dal piano di Andrès Gallucci entrano i camerieri-coristi e oltre a versare lo spumante fanno anche un discreto casino più per dispetto al titolare (più fantozziano del solito): mangiano qualche tarallo, rovesciano le piccole abat-jour, sparpagliano i fiori che ornano le tavole. Poi si trasformano nei suonatori della serenata del Conte a Rosina ma in mano hanno mestoli, pentole e tegami. Uno di loro – travolto dalla sindrome di Angus Young – si inginocchia e comincia a suonare un telaio da pasta: e ci crede tantissimo, e anche chi guarda.

Tutte le scene avvolgono il pubblico: qualcuno brinda con Figaro, qualcun altro deve sopportare un cameriere-corista accasciato sul tavolo morto dal sonno, altri ancora nell’oscurità si ritrovano un basso accucciato dietro alla sedia (nella fattispecie Don Basilio, Lorenzo Mazzucchelli, che nella vita fa anche il professore a contratto di macroeconomia). Capitolo Largo al factotum, durante il quale, come dicono spesso i più esperti, i registi non sanno mai cosa far fare al Barbiere in una scena in cui fondamentalmente si presenta: eccomi qua! Bonghi risolve così il dilemma: prima Figaro espone la mercanzia nella sua borsa che prevede non solo rasoi e schiuma da barba ma anche roba di ferramenta e di medicina alternativa perché le wannemarchi non sono nate con gli 144. E poi uno alla volta per carità e Figaro a fatica gestisce la coda di clienti: quello con la sveglia rotta, l’altro con un cilindro dal quale – et voilà – si estrae un coniglio, mentre l’ultimo consegna a Figaro un altro strumento del mestiere cioè il carrellino per le pulizie che si è soliti vedere nei bagni degli autogrill.

L’altra scena irresistibile è al secondo travestimento del Conte. E’ l’ennesimo tentativo di infilarsi nel ristorante di Don Bartolo per avvicinare Rosina e infinocchiare il cretinetti. Ebbene, qui Almaviva si finge un maestro di musica in sostituzione di Don Basilio (che oltre a fare l’istruttore di Rosina è anche il prezzolato consigliori di Don Bartolo). E Bonghi lo traduce in un vecchio rocker un po’ in disuso, gilet nero su camicia nera, trucco intorno agli occhi e anello al mignolo. L’inizio della scena è sulle note di Gioia, e pace, pace e gioia e il finto Don Alonso non può non esimersi dal gesto delle tre dita, pollice-indice-mignolo. Quando poi inizia la finta lezione Rosina (in questa versione vivaddio molto più civettuola e maliziosa rispetto all’iconografia teatrale consueta che a volte ne fa una un po’ presa e messa lì) si trasforma in Ambra di giura-adessogiura, guarda in camera, si bea col pubblico, il “suo” pubblico, offre il suo profilo migliore, commossa, orgogliosa, sognante, tronfia, tra la bufera di occhi al cielo di Don Bartolo e del Conte perché poi ci sarebbe anche una trama da portare a conclusione.

La regia riempie tutti gli spazi a disposizione, crea varie scene dentro e accanto a quella del libretto: uno canta, ma altri 3 o 4 muovono l’azione da tutt’altra parte del teatro-ristorante. A divertirsi insieme al pubblico sono i cantanti-attori. Come nel finale del primo atto – già psichedelico di suo – che si trasforma in una discoteca. Twist, stile Pulp Fiction o movenze (di solito brutte) da Pelledoca di viale Forlanini: tutti cominciano a ballare perché, specie a una certa, un club è sempre un club.

Post scriptum: nessun coniglio è stato maltrattato da Figaro (quello incastrato nel cilindro era di peluche). Lo stesso non si può dire del pubblico accomodato ai tavolini che a quell’ora si vedeva passare sotto al naso taralli e noccioline senza poterli ingurgitare (se non furtivamente) per via delle benedette normative anti-Covid. Il ritorno a teatro di VoceallOpera, però, vale il prezzo del languorino.

Tutte le foto in pagina sono di Gianpaolo Parodi

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