Parliamo d’altro che non sia la guerra in Ucraina. Il tema è: criptovalute. Come tutto al giorno d’oggi, è argomento che suscita divisioni, lacerazioni e polarizzazione tra opposte fazioni. Esiste un fattore generazionale (i vecchi sono contro le monete virtuali) e c’è un elemento ideologico.

Le cripto sono di destra. Pensate sia un po’ azzardato affibbiare etichette così? Giudicate voi dall’esempio del miliardario trumpiano Peter Thiel, secondo cui o pensi che le criptovalute siano il futuro o sei un “nemico”. Il cv di Thiel è degno di nota in genere, e anche in questo caso specifico, non solo perché ha investito massicciamente in Bitcoin. Tedesco, cofondatore di PayPal e di Palantir (analisi e raccolta di big data: il nome deriva da Il Signore degli Anelli dove i magici palantíri erano “pietre visive”, descritte come sfere indistruttibili di cristallo usate per comunicare e vedere eventi in altre parti del mondo), fu tra i primissimi investitori nella Facebook di Mark Zuckerberg delle origini, ed è forse l’unico ventures capitalist della Silicon Valley dichiaratamente gay. Conservatore libertario, ha finanziato a suon di centinaia di milioni le due campagne per le presidenziali di Donald Trump e oggi lo fa per i candidati repubblicani alle elezioni di Midterm di novembre.

In un discorso tenuto la scorsa settimana ad una conferenza sulle cripto a Miami, Thiel ha detto che “il nemico numero uno di Bitcoin è il nonno sociopatico di Omaha”, sferzante offesa contro il collega miliardario Warren Buffett, l’Oracolo del Nebraska. In quel summit floridiano Thiel ha anche bollato il presidente di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, e il CEO di BlackRock, Larry Fink come altri due “big enemies” di Bitcoin, liquidando Dimon, Fink e Buffett come “un trio di tiranni geriatrici che ostacolano il progresso”.

Ed eccoci al punto, diciamo tra l’ideologico e il finanziario: Bitcoin e le altre cripto – per Thiel – sono lo strumento di un movimento conservatore rivoluzionario che combatte per le aziende “che si sono svegliate” e si oppongono all’establishment. Per la cronaca, Buffett ridicolizzò Bitcoin definendolo “veleno per topi” puramente speculativo e senza “alcun valore”. Dimon disse “è una truffa, e finirà male”, mentre Fink lo considera “indicatore di riciclaggio di denaro sporco”.

Alla conferenza sulle cripto in Florida c’era anche il giornalista Glenn Greenwald, fondatore del giornale online The Intercept, famoso per una serie di articoli sul tema intelligence con input di Edward Snowden (fecero vincere a The Guardian il Premio Pulitzer nel 2014). Anche Greenwald è un entusiasta delle monete virtuali, le considera “fondamentali” per l’avanzamento della “libertà di parola e l’anti-imperialismo” in tutto il mondo. “Sia Donald Trump che Hillary Clinton – ha spiegato – trovano la tecnologia cripto così minacciosa per l’ordine prevalente che per assurdo sono uniti nell’opposizione ad essa”.

Ma il più cattivo e ribelle è stato senza dubbio il padrone di Palantir. “La gerontocrazia finanziaria che gestisce il paese anche tramite stupidi termini di segnalazione di virtù e di odio come il criterio ESG (Environmental, social and corporate governance: cioè la governance ambientale, sociale e aziendale come misura per valutare se un’azienda lavora per obiettivi sociali oltre la massimizzazione del profitto, nda) si trova oggi contro quello che io chiamerei un movimento giovanile rivoluzionario”, ha detto Thiel. E ha aggiunto: “Quando scelgono di non investire in Bitcoin è una scelta profondamente politica, e per questo abbiamo bisogno di lottare contro di loro”. Infine: “Meglio staccarsi dai sistemi finanziari sostenuti dal governo e saltare a bordo del carro delle criptovalute se vogliamo sopravvivere alla prossima ondata di inflazione globale”. Bitcoin è “sempre il mercato più onesto del mondo” e anche “il più efficiente”.

Ma è davvero così? Qualche dubbio c’è. Vediamo. Bitcoin è lontano dal suo massimo storico di 69.000 dollari fissato il 9 novembre 2021. Nel frattempo ha sopportato terribili flash crash e oggi quota a circa -40% dal top, sui 40.000 dollari. Attenti che “è peggio di uno schema Ponzi in stile Madoff”, ha sostenuto il Financial Times (oggi controllato dai giapponesi di Nikkei). Anzi, peggio: Bitcoin è un’offesa per le tipiche truffe alla Ponzi (dalla Catena di Sant’Antonio in poi) perché alla fine del gioco chi ci ha investito non potrà recuperare nulla, il denaro andrà in fumo, mentre se un hedge fund farlocco va gambe all’aria la legge consente una detrazione fiscale.

Ma come si spiega la mania e l’eccitazione per le cryptocurrencies sui social? Intanto, Internet alimenta se stesso. Poi parte della spiegazione deriva dal fatto che gli acquirenti di cripto soffrono di una sindrome sui mercati definita Fomo (fear of missing out, cioè paura di essere tagliati fuori): molti non sopportano l’idea che amici e conoscenti si arricchiscano da un giorno all’altro mentre loro rimangono al palo. Eppure, nulla è cambiato da altre storiche manie speculative, dai tulipani nel 1600 o dalle dot.com all’inizio di questo millennio (prima del crollo di Wall Street).

Credo che non molti tra quelli che investono in cripto conoscano un’informazione cruciale che non viene mai fatta circolare: un recente studio dell’americano National Bureau of Economic Research dimostra che appena lo 0,01% dei possessori di Bitcoin controlla il 27% della moneta nel mondo, per l’esattezza i primi 10.000 conti detengono 5 milioni di Bitcoin, equivalenti a 232 miliardi di dollari. Giudizio tranchant affermare che quattro gatti ipercapitalisti stanno raggirando milioni di speculatori abbagliati dal miraggio dell’arricchimento facile e veloce? Se è così, cosa ne pensano il movimento rivoluzionario anti sistema e la destra libertaria evocati da Peter Thiel?

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