Nel tentativo di finanziare la legge di bilancio, il presidente Usa Joe Biden ha presentato una proposta per limitare la pratica del buyback, ossia il riacquisto delle proprie azioni da parte di una società quotata in borsa. Nella bozza del budget, che dovrà superare il vaglio del Congresso, oltre a una tassazione all’1%, è previsto anche il divieto per i dirigenti di vendere i titoli nei tre anni successivi al riacquisto. Secondo la Casa Bianca, la moratoria serve “ad allineare gli interessi dei manager con gli interessi di lungo periodo degli azionisti, dei lavoratori e dell’economia”. La pratica del buyback, infatti, è molto diffusa negli Usa. Nel 2021 le compagnie dell’indice S&P 500 – che raggruppa le 500 imprese statunitensi quotate a maggiore capitalizzazione – hanno riacquistato azioni per 882 miliardi di dollari.

Per gli analisti di Goldman Sachs il trend si rafforzerà quest’anno: la previsione è che i buyback supereranno i mille miliardi di dollari. Finora, sempre secondo la banca d’affari americana, sono già state autorizzate operazioni per 319 miliardi di dollari. Oltre a sostenere i corsi azionari, il buyback riduce i titoli in circolazione e fa aumentare la redditività dell’impresa calcolata sulla base dell’indice dell’utile per azione. La proposta di Biden punta a limitare questa pratica, così in voga tra le grandi corporation, in particolare nei momenti di grande volatilità delle borse. D’altra parte, negli ultimi anni questa pratica è stato criticata da numerosi esponenti democratici. Secondo molti di loro, si tratta di un mezzo usato dai manager per aumentare i propri guadagni. L’annuncio di un’operazione di buyback, infatti, fa crescere le quotazioni e rende conveniente per i dirigenti, pagati spesso con azioni della società, vendere i titoli, lucrando sulla differenza di prezzo. Insomma, sebbene lecita, la pratica del riacquisto rischia di sconfinare in una manipolazione del mercato.

Ma a criticare l’uso smodato del buyback è stata anche la ricerca accademica. Uno studio, citato durante un convegno alla Sec, l’autorità statunitense che vigila sui mercati, mostra come i manager tendano a vendere molte più azioni nei giorni successivi all’operazione che in ogni altro periodo. Il Roosvelt Institute, think thank di New York, ha pubblicato un’analisi sui buyback realizzati tra il 2010 e il 2019. Secondo i ricercatori, le società americane hanno speso in dieci anni 6,3mila miliardi di dollari nel riacquisto di azioni. Oltre a sottolineare che si tratta di una pratica che va a vantaggio del 10% più ricco delle famiglie, che detengono l’85% delle quote delle società Usa, lo studio attacca anche la Sec. L’organo di vigilanza, scrivono gli autori, “ha incoraggiato la manipolazione dei prezzi delle azioni” attraverso un regolamento interno “che consente buyback di qualunque ammontare, nonostante i presunti limiti stabiliti, dal momento che non applica le sue regole e non raccoglie i dati in tempo reale”. In media, le società Usa hanno speso in buyback il 50% dei profitti realizzati nei dieci anni oggetto dello studio, denaro che avrebbe potuto essere utilizzato per fare investimenti, finanziare la ricerca, o per assumere nuovi lavoratori o per aumentare i salari. Altri studi sono meno critici e sostengono che i fondi spesi per i buyback non vengono distratti da altre, e più proficue, destinazioni.

Di diverso avviso è la Casa Bianca che, nel progetto di budget per il 2022 presentato al Congresso, ritiene opportuno limitare la pratica. L’obiettivo è di “scoraggiare l’uso dei profitti per acquistare azioni proprie e arricchire i dirigenti esecutivi, piuttosto che investire nella crescita a lungo termine e nell’innovazione”. Le operazioni di buyback, però, non riguardano solo gli Stati Uniti. Il gigante dell’e-commerce cinese, Alibaba, ha di recente annunciato che estenderà il suo programma di acquisto di azioni da 15 a 25 miliardi di dollari. Seppure meno diffuse che altrove, anche in Italia le operazioni di buyback stanno prendendo piede, soprattutto come mezzo per remunerare gli azionisti. Secondo le stime della banca di investimento Intermonte, comunicate a il Sole 24 Ore, per quest’anno sono previsti oltre 14 miliardi di euro di riacquisti sul mercato italiano. Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno annunciato due piani da 3,4 e 2,58 miliardi di euro, cifre che rappresentano, rispettivamente, il 9% e il 12% della capitalizzazione dei due istituti. Il colosso attivo nel settore delle infrastrutture, Atlantia, ha approvato a dicembre un programma di riacquisto pari a 2 miliardi di euro per remunerare i soci con risorse aggiuntive rispetto ai dividendi.

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