“Mi farebbe proprio incazzare sapere che dopo la mia morte diranno che sono un genio della televisione. Non perché non lo sia stato ma perché vorrei che me lo dicessero mentre sono ancora vivo!”. Questa una delle ultime frasi che Gianfranco mi ha detto mentre mi dettava gli spunti da utilizzare per la sua biografia da una stanza di ospedale dove la consapevolezza che il suo tempo stava per scadere si alternava con la tenacia e la voglia di vivere che ne hanno sempre fatto un uomo libero, anche se inchiodato ad un letto. Libero di osare, azzardare e a volte anche sbagliare ma sempre e comunque fiero di poter dire “ho fatto a modo mio”.

Chissà cosa direbbe Gianfranco vedendo il documentario che Sky Documentaries trasmetterà lunedì 21 marzo alle 21.15 in occasione del novantesimo anniversario della sua nascita, chissà che impressione gli farebbe sapere che è diventato una sorta di monumento rappresentativo di più di 30 anni di storia della televisione, del costume e della politica italiana. Un’opera scritta da Marco Falorni e Andrea Frassoni, suoi ex collaboratori, e prodotta da Libero s.r.l. che lo celebra senza farne un santo ma mettendo in evidenza luci ed ombre che hanno caratterizzato il suo modo di essere personaggio pubblico e privato, due facce che spesso erano indistinguibili perché Gianfranco aveva l’acquolina in bocca sia quando tagliava il guanciale per cucinare l’amatriciana che quando scrutava sornione l’imbarazzo e la soggezione del politico al quale aveva rivolto una domanda scomoda.

Il racconto dei tre periodi che hanno contraddistinto la vita di Funari si snoda attraverso immagini attinte dalle sue trasmissioni più famose e frammenti inediti di vita quotidiana accanto alle donne che ha amato e dalle quali è stato riamato e oltre alla sottoscritta non poteva mancare Rossana Seghezzi, la sua seconda moglie, che ha dovuto fare i conti anche con un tradimento e se potesse rivederlo un’ultima volta gli direbbe “che è uno stronzo” ma non cambierebbe neppure una virgola di quegli undici anni vissuti insieme. E poi ci sono i racconti misti di ammirazione e nostalgia conditi da qualche rimprovero di chi ha avuto la fortuna di lavorare con lui come Paolo Bonolis, Ermanno Corbella, Vittorio Sgarbi, Piero Chiambretti, Paola Severini e di chi ha seguito la sua lunga carriera da osservatore e critico come Matteo Bordone, Massimo Bernardini e Aldo Grasso.

Sgarbi osserva malinconicamente che Gianfranco è stato l’unico con cui non è mai riuscito a litigare, prima o poi si sarebbe certamente presentata l’occasione giusta ma non ce ne è stato il tempo, più o meno inaspettatamente è arrivato quel 12 luglio del 2008 e in San Marco a Milano, tra la folla che si accalcava dentro la Chiesa e nella piazza antistante c’erano solo comuni cittadini, nessun vip, tranne Piero Chiambretti e pochissimi altri. E meno male, perché Gianfranco mi diceva sempre che per il giorno del suo funerale avrei dovuto assoldare un manipolo di “sputaroli” pronti a sputare in faccia ad eventuali personaggi poco graditi che avrebbero avuto la sfacciataggine di presentarsi alle esequie.

Aldo Grasso lo ha tanto amato nell’ultimo decennio della sua vita quanto lo ha bersagliato di strali nel periodo del suo maggiore successo televisivo; Gianfranco mi faceva rileggere spesso gli articoli che il temibile critico scriveva quando andavamo in onda con le nostre trasmissioni su Odeon Tv, palcoscenico minore rispetto alle più importanti tv generaliste ma che gli aveva fatto acquisire agli occhi di Grasso una nuova veste di intellettuale, la ribellione mai domata ma addomesticata dalla canuta saggezza e “dal fermarsi sulla soglia del proprio sapere per lasciare spazio al sapere dell’altro”.

Corbella si è goduto forse lo spettacolo più gustoso quando lo dirigeva nelle iconiche trasmissioni divenute famose per aver smascherato il linguaggio “politichese” in favore del “gentese” e per aver fatto mangiare in diretta la mortadella dello sponsor ai politici rendendoli più umani e costringendoli a confrontarsi con le richieste del pubblico sulle reali e concrete esigenze degli italiani.

Bonolis ammette di essersi spesso ispirato a Funari perché la contrapposizione fra due tribune di persone inaugurata dalla più celebre creatura di Funari, “Aboccaperta”, è un vero e proprio manuale dal quale hanno attinto un po’ tutti, non tutti riuscendo a riproporre la straordinaria e geniale gestione dell’imprevisto che ne fu l’ingrediente più succulento.

E poi ci sono io, compagna di vita e di lavoro, moglie e allieva, l’ultimo amore “che conta più del primo perché è dell’ultimo che ci ricorderemo per sempre”, la “spalla” su cui si appoggiava volentieri ma guai se qualcuno gli parlava dell’età o della malattia, si arrabbiava e rispondeva: “io non sono vecchio, sono un ragazzo che è in giro da tanto tempo”.

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