Cosa significa “pura vida”? Tutto e niente. In Costa Rica è un intercalare. Può essere un augurio come “buona fortuna”, oppure un’espressione di complicità: “le cose vanno come vanno, amico”. Ma è anche un modo per scusarsi. Di certo è la formula più usata dagli abitanti del Paese che ha il tasso di felicità più alto nel mondo. Da questa formula intraducibile Gianluca Gotto, scrittore viaggiante con computer portatile, è partito per scrivere il suo nuovo romanzo: “La pura vida”, edito da Mondadori e dal 1 marzo in libreria. Il libro costituisce un nuovo tassello nella ricerca della felicità che il nomade digitale sintetizza, fra insegnamenti zen ed esperienze di vita, sul suo blog “Mangia Vivi Viaggia”.

Perché ti colpisce così tanto la frase “pura vida”?
Il Costa Rica, dove sono nel pieno della pandemia fra il 2020 e 2021, è considerato da diversi indici internazionali il Paese più felice al mondo. E quello con la popolazione più longeva. Vivendo sul posto ho capito che dietro quest’espressione intraducibile c’è molto di più.

Un modo di intendere la vita?
La mia domanda inziale è stata proprio questa. È solo apparenza o davvero gli abitanti del Costa Rica sono felici e complici come nessun altro popolo? Una sera a cena Il giorno di Natale del 2020, a pranzo con amici che si sono trasferiti là, si discuteva proprio del significato di “pura vida”. Senza giungere a una conclusione precisa. Sembrava che ognuno di noi sapesse cosa significa senza però poterlo spiegare a parole. Quella stessa sera ho iniziato a scrivere.

Scrivendo il romanzo hai trovato la risposta?
Ho capito che è una filosofia del vivere che in Costa Rica condividono da sempre. Ciò non toglie che si possa apprendere qualcosa dal loro modo di relazionarsi agli altri e a ciò che li circonda. Nel nuovo romanzo provo proprio a spiegare ciò che ho intuito. E a strutturarlo nei sei pilastri che per me sono alla base del loro rapporto con la vita.

Il primo pilastro della felicità costaricana?
La fiducia. Le cose possono andare bene o male. Non conta tanto ciò che succederà per loro. Ma l’atteggiamento fiducioso di appartenenza alla comunità. Tradurlo con la parola ‘ottimismo’ sarebbe riduttivo. Perché è accettazione della propria fragilità singolare e al contempo espansione verso gli altri. Il protagonista del romanzo in questo viaggio si rende conto dell’importanza di uscire dalla visione egocentrica del mondo per abbracciare la visione comunitaria. Sostituire all’’io’ il noi’.

Sei considerato un precursore del nomadismo digitale: cosa significa?
Il nomadismo digitale è un modo di lavorare e di vivere. In piena libertà di spostamento tante persone come me oggi lavorano da ogni dove. Nei miei viaggi, di cui moltissimi in Asia, ho incontrato graphic designer programmatori, traduttori, copywriter, assistenti virtuali, scrittori. Tutti senza dimora fissa. Oggi qui e domani là. Nel mondo.

Come sei diventato nomade digitale?
Ho raccontato la mia storia nel libro ‘Le coordinate della felicità’ (a cui è seguito ‘Come una notte a Bali’, ndr). Oggi ho quasi 32 anni ma fino ai 20 anni ho vissuto a Torino. Ero iscritto alla facoltà di giurisprudenza ma sentivo che quella non era la mia strada. Allora sono partito per l’Australia. Come tanti giovani all’epoca. Con 2.000 euro in tasca, frutto di lavoretti come il dog sitter, e un biglietto di sola andata da 500 euro. Sapevo però l’inglese, imparato dalla musica e dalle serie tv e film.

E poi?
Ho trovato lavoro come aiuto cuoco, poi come cameriere in un bar con vista sull’Oceano Indiano. Infine come operaio di un allevamento industriale di polli. In realtà un mattatoio. E’ stato lì che ho deciso di diventare vegetariano.

Perché?
Un giorno sbaglio uscita e mi ritrovo nella stanza degli orrori. I polli sono appesi a un nastro trasportatore e vengono decapitati con sistema automatizzato. Alla scadenza del visto torno in Italia. Con la mia compagna Claudia, sempre con me in tutte queste esperienze. Poiché mi piaceva tantissimo fare il pane, decidiamo di partire per il Canada: io avrei fatto il panificatore, lei la cameriera.

Il sogno del pane artigianale si avvera in Canada?
A Vancouver vengo assunto come panificatore in una mega fabbrica indiana. Claudia, che ora è social manager, trova lavoro come cameriera. Non ci vediamo mai. Io lavoro di notte e lei di giorno. La mia mansione però è lontana anni luce dalla magia del pane: verso sacchi di farina nei contenitori uno via l’altro. Per destino sopraggiunge un imprevisto. E siamo costretti a rientrare in Italia.

Per ricominciare un’altra volta da zero?
Quando rientro scopro che i miei amici torinesi si sono laureati. Mentre io non so ancora chi sono. O meglio, mi piace scrivere ma non ci credo. Allora internet mi viene in soccorso. Noto che il web è pieno di articoli. E’ il 2014 e comincio a fare l’articolista. Gratis. Dalle recensioni di elettrodomestici al poker fino a rubriche sugli Italiani all’estero. Arrivano i primi guadagni e riparto.

Per dove?
Thailandia, Bali, Cambogia, Vietnam, Malesia, Hong Kong. Mi accorgo solo allora che si può continuare a lavorare da remoto. Nel 2016 nasce il blog Mangia Vivi Viaggi, che ora ha 400 mila follower, e nel 2018 il mio primo libro. Auto pubblicato: ‘Le coordinate della felicità’.

Sul blog dai consigli su come raggiungere la felicità: cos’è per te?
Per me è vivere in viaggio. La mia vita e quella di Claudia sono basate sulla libertà. Ora siamo in Sri Lanka. Domani vedremo. Intanto lavoriamo. Ma il viaggio non è solo spostamento fisico. E’ una questione di mentalità, di voglia di esplorare, conoscere altre esperienze. Non fermarsi ma essere disposti a cambiare convinzioni. Ho trovato le mie risposte, le coordinate della mia felicità cambiando: da cameriere in Australia a panificatore in Canada. Forse le avrei trovate anche come disoccupato restando in Italia. Chissà.

Hai mai pensato di avere figli? Come potresti proseguire questo tipo di vita?
Ci abbiamo pensato e siamo convinti che troveremmo il modo di organizzarci lo stesso. Come nomadi digitali anche da genitori. Incontriamo tante famiglie itineranti, in ognuno dei nostri viaggi.

Che consiglio dai a chi ti legge oggi e ha paura della guerra?
Porsi questo interrogativo: che cosa è sotto il mio controllo? Quando non si può si può cambiare il fuori si può cambiare il dentro. Il nostro modo di reagire. Dal punto di vista del singolo il mio consiglio è di riportare tutto a quelle piccole cose quotidiane che ci rimettono in equilibrio e su cui abbiamo controllo. Dal riordino della casa alla passeggiata con il cane. L’incertezza della vita si affronta con quelle piccole certezze che dipendono da noi e circondano la nostra piccola esistenza. Ci fanno stare meglio, ci donano serenità. E allora forse tanto piccole non sono.

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