“La finanza non è che la continuazione della guerra con altri mezzi. La finanza non è, dunque, soltanto un atto di guerra, ma un vero strumento di guerra, un seguito del processo bellico, una sua continuazione con altri mezzi”. È questa la banale parafrasi dell’arcinoto pensiero di un generale prussiano, Carl von Clausewitz, autore del celeberrimo trattato di strategia militare Della guerra (1832). E questa frase potrebbe tracciare una affresco realistico della risposta dell’Occidente – figura mitologica piuttosto che entità politica – alla guerra “impensabile” che sta sconvolgendo la rete idrografica più placida del mondo, quella del fiume Dnieper; il fiume Boristene degli antichi romani, dal nome di un’antica colonia greca situata nei pressi della foce.

“D’ora in poi regneranno i banchieri”. Non è un’affermazione recente: fu pronunciata da un banchiere francese, Jacques Laffitte, alla fine della Rivoluzione di luglio del 1830, mentre accompagnava Luigi Filippo duca d’Orléans – futuro sovrano – in trionfo verso l’Hôtel de Ville. La risposta dei paesi capitalisti all’aggressione russa è il trionfo di questo archetipo. Ma, nello stesso tempo, segna la sconfitta o almeno una battuta d’arresto della stessa ideologia, ormai dominante in Occidente: il finanzcapitalismo secondo la lezione di Luciano Gallino. Come non parlare di brusco risveglio, se tutte le norme varate negli ultimi trent’anni hanno avuto l’obiettivo di liberalizzare sia i movimenti di capitale sia la creazione di denaro in nuove forme?

Sappiamo che guerra e finanza vanno a braccetto da sempre. La fortuna della mia città di origine nasce dalla bravura dei banchieri genovesi nell’incoraggiare il prurito bellicoso dei sovrani spagnoli. E spopola sui social italiani la citazione di un profondo pensatore del Novecento, il principe Antonio De Curtis, in arte Totò: “il denaro fa la guerra, la guerra fa il dopoguerra, il dopoguerra fa la borsa nera, la borsa nera rifà il denaro, il denaro rifà la guerra. In guerra sono tutti in pericolo, tranne quelli che hanno voluto la guerra”.

Non sappiamo ancora se la finanza raggiungerà i propri obiettivi. Lo sapremo solo vivendo. Non conosco l’Ucraina né ricordo di aver avuto rapporti con colleghi di questo paese, giacché il Dnieper è ormai così placido da non evocare più grandi alluvioni. E, pensando a quel paese, non posso dimenticare un romanzo di D.M. Thomas (L’albergo bianco, Torino: Frassinelli, 1981) dove l’epica dell’olocausto di Baby Yar – forse il più sanguinoso della storia assieme a quello di Odessa – s’incrocia con la storia personale, proiettata nel profondo psicoanalitico caro a Freud.

La strage nazista di Baby Yar è un paradigma della capacità di rimozione da parte dei popoli e degli individui. Del tutto dimenticata fino al 1961, quando Yevgeny Yevtushenko pubblicò la sua poesia più famosa, Baby Yar, sulla Literaturnaya Gazeta. Dal primo verso – Non c’è un monumento a Baby Yar – all’ultimo, Yevtushenko denuncia l’oblio di uno dei più efferati eccidi della storia dell’umanità. Ne cito qui l’ultimo verso:

Non c’è sangue ebreo
nel mio sangue,
ma sento l’odio disgustoso
di tutti gli antisemiti,
come se fossi stato un ebreo.
Ed ecco perché sono un vero russo.

L’intera poesia, recitata da Vittorio Gassman, si può ascoltare qui. Per Gogol’, che fece del fiume Dnieper una icona naturalistica, “tutta la maestosa bellezza, l’ampiezza, la possente tranquillità della Patria, la purezza e la profondità della sua anima sono espresse nell’immagine epica del Dnieper, chiara come l’anima delle persone, formidabile nella rabbia, quanto sono minacciose e arrabbiate le persone stesse” (Viktor Ermilov, N.V. Gogol’, Mosca, 1953). Ai tempi di Gogol’, il sistema sovietico di dighe idroelettriche – noto come la Cascata del Dnieper – non c’era ancora. E, nel 1970, la diga di Kiev ha parzialmente impedito che la piena del fiume facesse danni enormi come quelli provocati dall’inondazione cittadina del 1931.

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