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L’ensete è il superfood del futuro? Ecco cos’è e perché potrebbe essere cruciale

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Stefania Ruggeri, ricercatrice del Crea (il più importante ente italiano di ricerca sull’agroalimentare) e docente alla facoltà di Medicina dell’università di Roma Tor Vergata

di Ennio Battista

Potrebbe essere uno dei cibi del futuro, si chiama ensete, detto anche “falso banano” dell’Etiopia. È un parente stretto del banano e si coltiva in varie zone dell’Africa. Uno studio pubblicato sulla rivista Enviromental Research Letters ha evidenziato il suo grande potenziale agricolo e nutrizionale. Per i ricercatori, infatti, avrebbe il potenziale di sfamare più di 100 milioni di persone. Merito della sua resistenza e della sua alta produttività. Il frutto non è commestibile, la pianta viene quindi coltivata per le proprietà delle sue radici e del fusto, che possono essere impiegati per realizzare porridge e pane. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Stefania Ruggeri, ricercatrice del Crea (il più importante ente italiano di ricerca sull’agroalimentare) e docente alla facoltà di Medicina dell’università di Roma Tor Vergata.

Dottoressa Ruggeri, dal punto di vista nutrizionale, che cosa sappiamo più esattamente su questa pianta?
“L’ensete viene consumato sotto forma di alcune preparazioni molto rudimentali, come per esempio il Kocho, un prodotto fermentato, la Bulla, un succo disidratato, e l’Amicho, ricavato da una parte della pianta bollita, quella del fusto o delle radici. Gli studi sulle proprietà nutritive di questi alimenti sono ancora pochi. Allo stato attuale sappiamo che questi prodotti contengono prevalentemente carboidrati e sali minerali, come calcio, potassio e zinco, e sono una buona fonte di aminoacidi essenziali come lisina e leucina. Pochissimi dati ancora sul contenuto di vitamine e di composti antiossidanti. In Africa queste preparazioni vengono servite con carne o formaggi. Da alcuni studi emerge che l’amido contenuto nei prodotti a base di ensete ha una qualità superiore o paragonabile all’amido di patate e di mais, ed è già ampiamente utilizzato come legante nelle preparazioni di alcuni farmaci, nei processi di gelificazione farmaceutica, caricamento di farmaci e rilascio. Inoltre, l’ensete mostra un’elevata diversità genetica”.

Uno studio pubblicato sulla rivista Enviromental Research Letters ha evidenziato il suo grande potenziale agricolo e nutrizionale. Presenta infatti un’alta produttività e resistenza. È possibile trapiantarla anche in Europa e da noi?
“Anche se l’ensete è una coltura interessante per la sua variabilità genetica e resistenza a stress ambientali, sarebbe opportuno valutare l’effettivo potenziale delle preparazioni dal punto di vista nutrizionale, del gusto e del mantenimento della nostra biodiversità autoctona. Oggi tra gli obiettivi per una dieta sana e sostenibile c’è la riscoperta delle nostre piccole coltivazioni come grani antichi e legumi. In realtà lo studio citato valuta la possibilità di estendere le coltivazioni di ensete principalmente su aree più vaste in Africa per ridurre il problema della malnutrizione ancora presente in questo continente”.

Si può affermare che l’ensete può ridurre la dipendenza globale dai cereali come riso, grano e mais, da cui nel mondo si assume quasi la metà delle calorie?
“Per prima cosa bisogna valutare se prodotti a base di ensete siano davvero paragonabili dal punto di vista nutrizionale ai cereali come riso e il grano e quindi se possono essere veri sostituti. Ricordiamoci che i cereali integrali sono fonti molto buone di micronutrienti (vitamine e minerali) e composti bioattivi. In realtà abbiamo già delle soluzioni disponibili: una commissione di esperti, la Eat Lancet Commission, riunitasi nel 2019, ci suggerisce per una dieta sana e sostenibile di ridurre il consumo di carni rosse, e un po’ anche dei cereali che consumiamo quotidianamente, e aumentare il consumo dei legumi. Questo pattern alimentare ci può assicurare uno stato di salute ottimo e contemporaneamente salvare il Pianeta”.

Oltre all’ensete, quali altri super alimenti potrebbero avere potenzialità simili per il futuro?
“Sono curiosa, e il mondo del food ci propone sempre novità e spunti interessanti per migliorare la nostra alimentazione, ma non credo nell’unico alimento come ‘panacea’. Inoltre, introdurre una nuova coltura significa modificare il paesaggio di un territorio e questo credo sia un elemento importante da considerare. In Italia abbiamo gli aranceti, gli ulivi, le viti e i campi di grano che raccontano il nostro territorio. E non dimentichiamoci che le biotecnologie sono pronte a darci risposte nuove come quelle della clean meat, la carne sintetica”.

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