Andare a dormire con l’ansia in cuore nell’Europa del 2022. E svegliarsi bruscamente nell’Europa del 1939, con i soldati della Wehrmacht che spostano le barriere alla frontiera con la Polonia. O nella Mesopotamia del 2003, con le immagini dell’operazione ‘Shock and Awe‘, atterra e terrorizza, che segnò l’inizio dell’invasione del 2003. Vladimir Putin riporta indietro gli orologi della cronaca e della storia, lanciando il più grande attacco militare in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale: notizie di vittime e scene di profughi in fuga e di code alle pompe di benzina.

L’attacco russo all’Ucraina appare inspiegabile, se letto alla luce dei ‘cui prodest’ della geopolitica: ci perdono tutti. Ma sotto c’è – ci deve essere – dell’altro, a cominciare dall’ossessione di Putin per l’Ucraina, che – si scopre ora – il presidente russo non aveva mai nascosto ai suoi omologhi Usa – lui ne ha conosciuti quattro.

Annettere alla Russia l’Ucraina russofona? ‘Demilitarizzare’ l’Ucraina? – strano modo per riuscirsi, riempiendola di carri e di militari: ‘Make Russia great again’, scimmiottando lo slogan d’un ex presidente Usa che lo giudica “un genio”, Donald Trump? Dai discorsi di Putin si capisce che lui non ha in mente l’Urss di Stalin o di Breznev, ma la Russia zarista di Pietro il Grande e Caterina II.

Di albe tragiche ne abbiamo viste altre nella storia recente, negli ultimi cinquant’anni, tralasciando quindi le repressioni sovietiche delle insurrezioni nell’Ungheria 1956 e nella Cecoslovacchia 1968. In Europa, o ai suoi confini, ci sono state le guerre accese dal dissolvimento della ex Jugoslavia, e poi la guerra in Georgia scatenata sempre da Putin nel 2008, le cui cicatrici restano evidenti. Fuori dall’Europa, i conflitti mediorientali, l’occupazione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990, l’11 settembre 2001, l’invasione dell’Iraq nel 2003, quest’ultima dettata da un’ossessione forse analoga da quella di Putin verso l’Ucraina: quella per Saddam Hussein di George W. Bush jr., che sentiva la missione di concludere quello che il padre aveva giustamente lasciato a mezzo nel 1991, cioè il cambio di regime a Baghdad.

E adesso? Con qualche eccezione non trascurabile e ancora da esplorare, tipo la Cina o, in Europa, la Serbia e persino l’Ungheria, per non parlare dei Paesi dell’Asia centrale ‘costole’ dell’ex Urss, l’Occidente e la comunità internazionale, l’Onu, l’Ue, la Nato hanno chiari gli obiettivi: ripristinare la sovranità dell’Ucraina, garantire la sicurezza dell’Europa, tutelare la legalità internazionale. Come riuscirci?

L’Occidente e i suoi partner promettono sanzioni “come mai viste prima”, peggio di quelle per l’annessione della Crimea nel 2014 – che sono tuttora in vigore -, peggio che mai. Però, le sanzioni non sono mai servite a ristabilire la situazione ‘quo ante’, neppure quando le subimmo – giustamente – noi al tempo della Guerra d’Etiopia: colpiscono il ‘reprobo’, ma hanno anche conseguenze negative su quanti le applicano – e subiscono ritorsioni. Che, in questo caso, possono essere molto pesanti, a livello di forniture d’energia e di costi dell’energia.

Nella storia recente, il ripristino della situazione preesistente e il ristabilimento della legalità e dell’ordine internazionali non sono mai stati ottenuti con le sanzioni: nel 1982, dopo l’invasione delle Falkland, o nel 1991, dopo quella del Kuwait, ci volle un’azione militare – la seconda volta, sotto l’egida dell’Onu, impensabile ora perché Mosca ha diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza.
Viene il timore che Putin abbia già vinto: sarà difficile smuoverlo, con le sanzioni e la diplomazia, da dove s’è installato con i carri armati.

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