Scomparsi, spostati, nascosti, riconosciuti, dimenticati, derubati, a volte introvabili. Che fine hanno fatto i Medici, o meglio i corpi dei Medici? Granduchi, consorti, principi ereditari, avviati alla carriera militare, monache o cardinali, vecchissimi o bambini0, figli di matrimoni decisi dalle cancellerie o figli di amori segreti. Morti di malaria, di parto, forse assassinati, colpiti a morte in un combattimento, mal curati. Se la dinastia fece grandi Firenze e tutta la Toscana tanto da imprimere un marchio mondiale che dal Quattrocento illumina l’Italia fino a oggi, i loro resti a fatica hanno trovato pace e glorificazione, come succede sempre quando una terra ricorda chi l’ha fatta grande, qui in un Famedio, là in un Pantheon, più oltre un Mausoleo meta di pellegrinaggio. Al contrario il riposo dei più importanti membri della famiglia che fece del Granducato una capitale del mondo allora conosciuto non è stato affatto eterno. Lo racconta I sepolcri dei Medici (Angelo Pontecorboli editore, 486 pp., 36 euro), ultimo lavoro del giornalista e scrittore Marco Ferri, storico e collaboratore de ilfattoquotidiano.it, punto di riferimento della divulgazione della storia fiorentina e medicea in particolare.

Per superare l’ostacolo, anche psicologico, di una mole del genere Ferri ha l’abilità di sovrapporre diversi livelli di comprensione e di interesse. C’è quello accademico, dedicato agli addetti ai lavori – studenti, docenti, ricercatori – che anche grazie ai ricchissimi inserti fotografici possono usufruire di una mappa cronologica, fisica, documentale ed iconografica al momento “definitiva” su traslazioni, esumazioni e ricognizioni che hanno interessato le salme dei Medici a partire dal 1467, quando fu spostato ciò che rimaneva del corpo di Cosimo il Vecchio, il Pater patriae, nonno di Lorenzo Magnifico. “Raramente – sottolinea la direttrice dei Musei del Bargello Paola D’Agostino in una delle prefazioni – si assiste ad un ‘pellegrinaggio’ di spostamenti tra Sagrestie, Vecchia e Nuova, durato tre secoli e scandito da misteriose sparizioni e ritrovamenti”.

E’ qui che interviene l’altro modo di leggere questo libro solo in apparenza insormontabile per un lettore occasionale. Ferri alterna infatti la parte documentale delle mille tribolazioni funeree delle salme dei granduchi toscani (e di antenati e di discendenti) al racconto ritmato di misteriose sparizioni di corpi, indagini per l’identificazione di altri sconosciuti, furti di reliquie durante le varie operazioni di esumazioni e ri-sepolture e colpi di scena frutto di inchieste sul dna o banale scopertura di feretri. Il campo di gioco su cui si muove il libro è la Basilica di San Lorenzo: qui nel corso dei decenni sono stati sepolti i Medici. La Sagrestia Vecchia, quella Nuova e poi la Cappella dei Principi, che nei progetti degli stessi Medici (in particolare di Cosimo I, il primo granduca, uno dei tanti Cosimo dopo il “Vecchio” Pater, e di Ferdinando I, suo figlio) sarebbe dovuta diventare il Mausoleo di famiglia. Il sogno di dare memoria imperitura e soprattutto visibile alla grandeur medicea alla fine fu realizzato, ma l’incompiuta sta nel fatto che in realtà le spoglie di una cinquantina tra granduchi e rispettivi familiari sono conservati da un’altra parte, cioè nel pavimento della cripta che porta alla Sagrestia Nuova (quest’ultima opera di Michelangelo). Ma soprattutto questa specie di caccia al tesoro, un granduca via l’altro, diventa il pretesto per raccontare le storie di personaggi da letteratura, tra aneddoti e leggende, a volte confermati e a volte sfatati, tra voci di delitti e più banali colpi (fatali) di malaria, amori per convenienza e amori per davvero.

Monumentale nella misura e fluido nella forma, I sepolcri dei Medici può trasformarsi in un divertimento da feuilleton per il lettore che della dinastia fiorentina ha una conoscenza solo superficiale e magari – è una speranza – immune dalla sgangherata serie televisiva della Rai di qualche anno fa. Anzi, viene quasi da pensare che gli autori di quella fiction riempita di star del cinema e in ugual misura di errori marchiani abbiano sbagliato periodo e figure su cui soffermarsi perché di fronte ai secoli del granducato di Toscana non sarebbe servita nemmeno la fatica di ricamarci sopra: presunti crimini, cadaveri scomparsi nel nulla, fake news di Stato e figure in anticipo di due secoli e mezzo come fu Gian Gastone, l’ultimo Medici, una specie di rockstar vissuta tra la fine del Sei- e l’inizio del Settecento, i cui resti furono individuati (di recente e a fatica, come racconta il libro di Ferri) in una “cripta sotto la cripta”.

L’indagine di Ferri non può non soffermarsi, tra le tante storie, su quella di Francesco I, granduca dal 1574 al 1587, dozzina d’anni sufficiente a far capire che era più tagliato (e interessato, o viceversa) per scienza e arte che non per la politica. “I suoi 13 anni di governo – sottolinea l’autore nel libro – sono ricordati come un periodo dominato da violenze e corruzioni, omicidi e tragedie spesso ingigantiti dall’immaginazione popolare”. Pur dispotico (questo dal padre l’aveva imparato), lasciava che a mandare avanti la macchina amministrativa granducale fossero i funzionari suoi sottoposti, non dimenticandosi peraltro di aumentare le tasse perché – illuminato o meno che sia il sovrano di turno – a doversi presentare alla cassa è sempre la povera gente. Eppure, per contro, racconta Ferri, è lui, Francesco I, che da appassionato di esperimenti e laboratori improvvisati scopre il segreto per fabbricare la porcellana macinando il cristallo di rocca, fa da sponsor del Giambologna, fonda l’Accademia della Crusca, avvia la trasformazione degli Uffici in galleria d’arte, che oggi è uno dei musei più visitati nel mondo, il primo in Italia.

Pessimo come politico, ispirato come mecenate, ciò che qui conta è che a distanza di quattrocento e rotti anni l’indagine sulla morte del secondo granduca di Toscana forse non si può ancora dire del tutto chiusa. Questa storia comincia con il matrimonio – è facile capire nato su quali basi – con Giovanna d’Austria, sorella dell’imperatore Massimiliano II d’Asburgo. Entrambi vorrebbero essere a un milione di chilometri da lì: lei si sente declassata (una principessa imperiale con un futuro granduca di provincia?), lui è pazzamente innamorato di una nobile veneziana, Bianca Cappello, a sua volta sposata (da quando aveva 15 anni) a un fiorentino, Pietro Bonaventuri, che l’aveva convinta a fuggire con lui millantando fortune che non aveva e che semmai voleva incassare proprio grazie alla dote della mogliettina.

Le nozze di Francesco e Giovanna hanno risalto e scenografie degne di una diretta tv, se solo ci fosse, e il risultato dev’essere stato per forza notevole se uno dei wedding planner è Giorgio Vasari, l’architetto di corte. All’ottava gravidanza, all’ottavo mese, in un giorno d’agosto, Giovanna si sente mancare all’uscita dalla chiesa: cade, perde il bimbo e dopo un’agonia di un paio di giorni muore. Francesco si ritrova all’improvviso libero di consumare l’amore tenuto segreto. Segreto fino a un certo punto: Bianca è stata nel frattempo assunta come damigella di corte e perfino al Bonaventuri viene comodo essere cornuto per merito del granduca perché ottiene un lavoro come impiegato. Quando muore la granduchessa Giovanna, comunque, Bianca è già vedova da 5 anni: il marito è stato ammazzato per strada da dei sicari per motivi mai chiariti, nel senso che non si è mai potuto capire se magari il granduca avesse allungato qualche fiorino per qualche opera spiccia da teppista in strada.

Insomma: morta la granduchessa, morto il marito succhione, Francesco e Bianca si sposano. Ma di nuovo di nascosto perché questa storia in apparenza a metà tra lo scandalo e il concubinaggio non è mai piaciuta a Ferdinando, fratello più piccolo di Francesco e di mestiere cardinale, iniziato quando aveva 13 anni (neanche qui evidentemente le motivazioni risiedono nell’ispirazione dello Spirito santo). I tre all’inizio di ottobre del 1587 si ritrovano alla bellissima villa di famiglia di Poggio a Caiano: è qui che i due fratelli di solito vanno a caccia, ma stavolta – spiega Ferri nel libro – c’è una motivazione in più. Serve una tregua tra fratelli per fermare le continue liti. Oggetto della continua discussione: Bianca, la granduchessa. E alla villa c’è anche lei, che si illude di poter fare da musa riconciliatrice della famiglia. Eppure l’esito di quei giorni sarà tutt’altro.

Al ritorno dell’uscita di caccia Francesco è colpito da un forte raffreddore. Crede di potersi curare da solo grazie ai suoi soliti alambicchi pieni di chissà che, invece le sue condizioni precipitano e c’è chi pensa che proprio i suoi preparati aggravino la situazione. Nel frattempo anche Bianca ha la febbre alta. Quella che sembra un’influenza di famiglia si trasforma in un’agonia di una settimana. Il granduca muore il 19 ottobre, la moglie undici ore dopo.

Ferdinando fa eseguire le autopsie (in modo plateale, suggerisce malizioso Ferri nel libro) e il risultato è: malaria. Eppure il fratello cardinale non riuscirà mai a scrollarsi di dosso il sospetto: li ha avvelenati lui? Nel corso dei secoli perizie e controperizie dei più competenti esperti di diverse materie (tossicologi forensi, paleopatologi, storici della medicina) hanno ribaltato più volte gli esiti dell’inchiesta su questo cold case di 434 anni fa. Gli ultimi colpi di scena negli ultimi quindici anni: c’è arsenico nei resti di Francesco, è stato detto. No, è stato risposto più di recente, nelle sue ossa ci sono le proteine del Plasmodium falciparum, il parassita della malaria.

Quello che è certo è che Ferdinando, che diventa granduca, con una strategia da regime novecentesco, avvia da subito una massiccia, raffinata e spietata operazione di damnatio memoriae nei confronti dell’amata del fratello. Francesco e Bianca vengono subito separati, fin dal loro ultimo viaggio verso Firenze. A Bernardo Buontalenti, successore di Vasari come architetto di corte, Ferdinando dice che può seppellire Bianca dove vuole: basta che non sia dove sono tutti gli altri Medici. “Nonostante Giovanna d’Austria fosse morta nove anni prima e Francesco si fosse risposato con Bianca Cappello – racconta Ferri – Ferdinando I decise che Francesco doveva trascorrere l’eterno riposo insieme alla prima moglie”. Di Bianca “aveva deciso di cancellare ogni memoria visiva”.

Il granduca Ferdinando passerà alla storia come un sovrano illuminato, l’opposto del fratello: è interessato, e non per posa, al benessere dei sudditi, al buon funzionamento del suo Stato, all’affidabilità di un sistema giudiziario, è perfino dotato di una apparente tolleranza che lo porterà per esempio alle Leggi Livornine grazie alle quali vuole far fiorire il nuovo porto granducale accogliendo ebrei, eretici, ugonotti, criminali e reietti in fuga da tutta Europa. Eppure non dimostra alcuna pietà, non lascia spazio ad alcun accenno di empatia né per il fratello né per la cognata. Scriverà lo storico Jacopo Riguccio Galluzzi alla fine del Settecento: “Ordinò pertanto estinguersi ogni memoria che esistesse al pubblico della sua persona e che si togliessero dai luoghi pubblici le di lei armi inquartate con quella de Medici come sostituirvi quelle di Giovanna d’Austria. In progresso nel doversi far menzione di lei non poté soffrire che li si attribuisse il titolo di granduchessa ed egli stesso in un atto declaratorio dei natali di don Antonio volle che si denominasse replicatamente la ‘pessima Bianca’”. In oltre 4 secoli di indagini e ricerche – documentali, fisiche, tecnologiche – non è mai stato individuato il luogo in cui Bianca Cappello, la granduchessa rinnegata, fu tumulata.

Ma a Ferdinando tutto questo non basta. Gli manca un ultimo tassello, un ultimo, impietoso, colpo di spugna: togliere di mezzo la traccia residua dell’amore tra Francesco e Bianca. Loro figlio: si chiama Antonio, è nato quando Giovanna era ancora in vita e dopo la morte di tutti i figli maschi legittimi è lui l’erede al trono dopo la morte del padre, avvelenato o meno che sia stato. Il granduca produce una vera e propria, perfida, fake news di Stato “con lo scopo di usurpare il trono al nipote” dice senza mezzi termini Ferri. Fa produrre quattro documenti sui quali basare una storia inventata. Antonio? Macché Medici: è un bambino sottratto da Bianca a una popolana, dopo averle fatto credere che il figlio era nato morto. Insomma: Antonio non ha niente del sangue dei Medici. Come in altri celebri casi analoghi, dalla Donazione di Costantino su cui si è basato nei secoli il potere temporale della Chiesa alle false prove degli Usa (con Blair a rimorchio) per fare la guerra in Iraq, lo smascheramento della truffa avvenne parecchio tempo dopo.

Ad ogni modo già all’epoca, alla fine del Cinquecento, tutti sanno la verità, d’altronde ai Medici interessa solo l’effetto concreto: Antonio de’ Medici viene estromesso dalla linea di successione (a beneficio dello zio porporato, Ferdinando), sarà mantenuto dalla famiglia ma sempre tenuto a distanza da stanze o pretese di potere. Quando, a 45 anni, Antonio muore, il granduca è Ferdinando II, nipote del primo, ed ha solo 11 anni, troppo pochi per governare. Le reggenti del granducato sono sua mamma, Maria Maddalena d’Austria, e sua nonna, Cristina di Lorena, cioè la moglie che Ferdinando sposò dopo aver mollato lo zucchetto. Le donne di casa Medici, al vertice del granducato, non dettero prova di misericordia maggiore degli uomini: Antonio, il figlio dell’amore tra Francesco e Bianca, fu sepolto fuori dalla cripta, nella quale sono sepolti tutti i Medici. Ma fuori, come tutti i figli illegittimi.

Immagine in alto: Cappella dei Principi, Basilica di San Lorenzo, FirenzeCrediti Wikipedia/Gombc (foto modificata)

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