Sono passati esattamente 35 anni – era il 1° dicembre 1986 – dall’inaugurazione del Museo d’Orsay, forse il più felice esempio di riuso di un edificio storico, anzi una ex stazione assurta a “monumento nazionale”, per volontà dei parigini.

Le destinazioni d’uso di questa struttura sono state molteplici: da stazione importante nel 1898 sino al ’45, poi declassata a stazione di transito per i prigionieri di guerra e conclusa del tutto col disuso, dopo un breve periodo a teatro e casa d’aste. I motivi furono addotti dal fatto che la pur “superba stazione che ha l’aspetto di un palazzo delle Belle Arti”, come disse Edouard Detaille, non era idonea per le grandi linee ferroviarie.

Negli anni 60 si iniziò a parlare della sua demolizione ma un comitato di cittadini comuni e illustri impedì questa idea cara a Georges Pompidou, che già aveva agognato un grande parallelepipedo di cristallo con varie funzioni, lo stesso presidente che nel 1969 varò il grande Beaubourg, chiamato poi dopo la morte con il suo nome ed inaugurato nel 77. Il degrado dopo la dismissione e la concomitanza di trovarsi in un particolare contesto storico politico con gli innovatori, prima Pompidou e poi Mitterand, che sognavano una Francia proiettata al futuro e non nostalgica del passato predicando una filosofia quasi marinettiana, fecero la differenza, poi interrotta da Valery Giscard d’Estaing, a cui verrà dedicato il Museo.

Era la stessa epoca dell’Arco de la Defense e dell’Italia che si avviava a quella che sarebbe stata poi la Milano da bere craxiana. In Sicilia a Gibellina, ad esempio, anziché recuperare alcuni edifici barocchi non del tutto distrutti si preferì colarci sopra il cemento bianco: una grande installazione, una land art di sicuro impatto emotivo ma molto controversa. Mi riferisco ovviamente al grande Cretto di Burri.

Il periodo storico non consentiva nostalgie, il passato non affascinava, pertanto il Museo d’Orsay è importante perché ha segnato un’inversione di tendenza, e non solo perché vi sono contenute negli oltre 15mila mq opere di impressionisti e post impressionisti: ci si avvia al quasi raddoppio mediante un altro recupero di un edificio vicino, impensabile negli anni ’70-80.

La rifunzionalizzazione fu affidata a Gae Aulenti e non poteva essere altrimenti dato il contesto storico. Non fu il suo progetto migliore: la Gae, come era chiamata a Milano, diede il meglio alla Scuderie del Quirinale, ma riuscì con l’uso sapiente di materiali e pannellature chiare a far risaltare le opere, aiutata anche dalla illuminotecnica di Piero Castiglioni.

In ogni caso, come sottolineato prima, diede l’inizio alle riconversioni, ancor oggi avversate dai “talebani della cultura” che preferiscono il degrado al riuso. Inconsapevolmente, questi paladini estremi della conservazione del fatiscente fanno il gioco degli speculatori o dei “modernisti” oltranzisti, quegli stessi che demoliscono importanti testimonianze storiche, non certo solo edifici vecchi e irrilevanti – come ho scritto anche recentemente.

È pertanto sempre il caso di valutare se l’edificio, con la sua storia e la sua architettura, debba essere salvaguardato e rifunzionalizzato per lasciare ai posteri un’altra testimonianza di Bellezza.

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