Alcuni mesi fa, in piena crisi pandemica e in seria emergenza ospedaliera, specie nei reparti di terapia intensiva, qualcuno aveva avanzato l’agghiacciante ipotesi di dover ad un certo punto compiere delle scelte. Si doveva, mutuando l’esempio di alcuni paesi nordici, optare se tentare di salvare tutti, ipotesi impossibile data la carenza di posti letto, oppure salvare solo chi aveva reali possibilità di sopravvivenza per età e condizioni generali di salute pre Covid, riducendo così anche gli alti costi. Non si è saputo nulla ma ritengo che alla fine questa sia stata, in alcuni casi, la scelta adottata. Non avendo cognizioni di bioetica e l’autorità morale per giudicare, mi astengo.

Premesso ciò, poiché io paragono sempre l’organismo edilizio a quello umano, molte volte mi sono posta il problema o meglio il dilemma: ha ancora senso salvare tutti, e sempre in ogni caso, gli edifici antichi? Non vorrei essere fraintesa, chi mi conosce sa quanto io sia fautrice del recupero, ma mi riferisco alla norma del D. Lgs. 42/2004 che obbliga la tutela ed il restauro di edifici pubblici con più di 70 anni. In base a tale disposto di legge, confermato da varie circolari, ogni manufatto – anche privo di obiettivo valore documentario, non diciamo artistico – deve essere salvaguardato e restaurato.

Sono 345 gli immobili in dismissione censiti dal ministero dell’Economia e delle Finanze il 16 luglio 2019 dei quali, scorrendo la lista, solo l’80% veramente pregevole. Ovviamente molto superiore come numero il totale di tutti gli edifici pubblici che, se superiori ai 70 anni, in automatico sono vincolati e finanziabili, a differenza di circa 100mila edifici storici in generale ma privati, di cui il 60% è in stato d’abbandono. C’è una remota possibilità di “disconoscimento”, quasi mai applicato, e così edifici degli anni ’60 di modesta fattura vanno ad allungare la lista degli intoccabili.

Le innumerevoli caserme e scuole di epoca umbertina tutte identiche sul territorio italiano, molte imbottite di amianto, oppure in pessimo stato di conservazione, in alcuni casi soli porzioni anzi monconi si devono a tutti i costi, in virtù di questa norma, restaurare. Occorrerebbe quindi operare delle scelte, ma come? L’edificio è fondamentale nel tessuto viario, costituisce un tassello importante nello skyline, anche se l’interno non è rilevante? L’edificio, una volta demolito, andrebbe a cancellare la memoria storica di una particolare tipologia di manufatto unica nel suo genere? Lascerebbe un vuoto nel tessuto senza alternative di ricucitura e compromettendo il sistema urbano? Se a tutti questi dubbi si può rispondere di sì, almeno l’involucro va salvaguardato. Ci sono però dei casi in cui, persino ad una tutelatrice estrema come me, sorgono dei problemi di coscienza se non di opportunità.

Ricordo ad esempio un caso emblematico d’un complesso di edifici militari a Pizzighettone (Cr), dove fui invitata a presentare un’offerta per il progetto di recupero, previa bonifica di amianto. Al sopralluogo, munita di tuta regolamentare, lo spettacolo che mi si presentò era desolante: una serie infinita di edifici, o meglio ruderi, con tetti scoperchiati da cui affiorava abbondante absesto e creosoto delle traversine dei binari, in una vastissima area verde, potenziale grande parco urbano sulle rive dell’Adda. A prescindere dal contesto, di per sé pregevole, le mura seicentesche e la polveriera, una quantità di edifici pericolanti o meglio porzioni, circa 30, databili fine ‘800 e primi ‘900, il cui recupero, onerosissimo per diverse decine di milioni di euro, mi sembrò incomprensibile.

Fondamentale l’apporto dato dall’Istituto centrale del Restauro sorto nel 1939, con Cesare Brandi come massimo teorico che poneva la questione sui “ruderi”, cioè vestigia che hanno perso gran parte del loro aspetto originario e non si possono certamente ricostruire totalmente perché sarebbe un falso storico. A meno che applicare il principio dell’anastilosi, nel caso sia prevalente l’attesa del documento storico connotativo e funzionale al concetto di spazio identitario. Cito due esempi entrambi a Venezia: il campanile di San Marco e La Fenice, ricostruiti fedelmente dalle macerie. Per il primo fu coniato il motto: “Dov’era com’era”, che viene ancora riproposto dopo i vari eventi sismici.

Occorre anche ricordare gli insegnamenti di Gustavo Giovannoni, che sempre paragonando le varie situazioni, dopo aver dettato e coniato principi basilari sul come e se restaurare, concludeva che occorre sempre valutare “caso per caso”. In conclusione ed anche in aggiunta, le migliaia di edifici demaniali da salvare “per legge” non dovrebbero togliere risorse ai tanti monumenti pregevoli privati che rischiano, spesso per mancanza di fondi dei proprietari, di essere cancellati dalla memoria collettiva. Occorre sempre, oltre al fremito di passione, avere un sussulto di fede e coraggio. La Bellezza va oltre il regime giuridico.

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