Credete che la musica serva solo a distendere, eccitare, divertire, ballare? E che abbia poco a che fare con la politica e il potere? Non è così. Nel corso dei secoli molti intrecci, talvolta espliciti, talaltra più nascosti ma non tenui, hanno collegato l’arte dei suoni agli istituti e ai detentori dell’egemonia. Il convegno “Musica e potere nel lungo XIX secolo”, promosso a Siena dall’Accademia Musicale Chigiana (2-4 dicembre), si occuperà appunto di questo tema affascinante. Affronterà un percorso che va dalla fine del Sette ai primi anni del Novecento, con studiosi di tanti paesi diversi. Il ‘potere’ sarà inteso non soltanto in senso strettamente politico, come forza dello Stato, dominio di una nazione o un’etnia su un’altra; andrà ricercato anche nelle sfere della vita sociale in cui vigono relazioni di dominio/sottomissione: ad esempio la famiglia, con le sue gerarchie interne fra adulti e bambini, o fra generi diversi. Le musiche considerate sono della più varia estrazione: sacra, strumentale, teatrale, popolare. L’ambito geografico-culturale è il mondo occidentale, inclusi alcuni territori coloniali.

Un caso riconducibile alla struttura familiare lo offre una celebratissima diva del canto, María Malibran, morta ventottenne. Hilary Poriss parlerà dei traumi subìti da María nell’infanzia e dei loro effetti psicologici sulla lunga distanza: la bambina fu infatti oggetto dei maltrattamenti del padre, insigne cantante e didatta, per il quale la dura disciplina faceva parte integrante della formazione. E sempre all’ambito familiare si riferirà Matthew Roy, a proposito delle musiche destinate all’infanzia. Un capolavoro fu l’Album für die Jugend (1848) di Robert Schumann: per il compositore, musiche come queste avrebbero concorso alla maturazione dei giovanissimi non solo in senso artistico, ma anche sociale e spirituale. Simili sono le Scènes enfantines (1890) del compositore francese Théodore Lack. Ma attraverso la musica e le immagini stampate a corredo dei brani i bambini avrebbero introiettato, a detta di Roy, anche il tono ammonitorio promanante dall’autorità degli adulti, alimentando un senso di timorosa sottomissione.

Una cornice fastosa al rapporto musica/potere è data dal teatro d’opera, al centro di una sessione di grande interesse. Nel corso dei secoli il melodramma è stato spesso adibito a rappresentare il potere politico o a proclamare l’ideologia dominante. Bella Brover-Lubovsky ne offre un esempio: nell’Andromeda di Giuseppe Sarti, data all’Ermitage di Pietroburgo nel 1798, il personaggio dell’eroe liberatore Perseo raffigura lo zar Paolo I come ‘redentore’ del Sovrano Ordine Ospedaliero di San Giovanni, da lui ristabilito a San Pietroburgo. Jules Cavalié esamina un caso parallelo, Il viaggio a Reims di Rossini (1825), dato al Théâtre-Italien per festeggiare l’incoronazione del re borbone Carlo X. In realtà, più che rappresentare simbolicamente il potere regio – il sovrano vi compare come una figura evanescente – l’opera celebra il fasto dell’aristocrazia cosmopolita nella Parigi della Restaurazione. Mark Everist richiama l’attenzione sull’opéra de salon, un genere diffuso nei salons particuliers del Secondo Impero per esibire il potere finanziario e mondano di facoltosi privati. Francesco Fontanelli darà invece una lettura comparata dei rapporti di potere e soggezione tra i generi nel Tannhäuser e nel Parsifal di Wagner.

La musica, teatrale e no, ha un ruolo di peso nei processi di colonizzazione e decolonizzazione: Henry Stoll lo documenta con L’entrée du Roi en sa capitale, scritta e allestita nel 1818 per l’autoproclamato sovrano di Haiti, Henry Christophe; per Salvatore Morra il repertorio della nūba (suite) in uso per le cerimonie militari di fine Ottocento alla corte del bey di Tunisi sarebbe stato il contributo dato dai musicisti tunisini alla resistenza ideale contro il dominio coloniale.

Non possiamo dar conto di tutti i papers annunciati. Accenno ancora solo all’ultima sessione, che apre al Novecento e si focalizza sulle dinamiche di potere nell’industria musicale. Da un lato Paolo Prato illustrerà il potere seduttivo esercitato dalla canzone napoletana: un’anticipazione, a modo suo, del marchio del made in Italy. Dall’altro, Alessandro Avallone ed Emanuele Franceschetti tratteranno le ‘negoziazioni del potere’ nelle strategie comunicative adottate dall’editore Giulio Ricordi all’alba del nuovo secolo.

Del comitato scientifico del convegno, presieduto da Massimiliano Locanto e formato da studiosi insigni – tra loro gli storici Axel Körner e Carlotta Sorba, che terranno le due keynotes –, hanno fatto parte Fiamma Nicolodi e Antonio Rostagno, due musicologi scomparsi da pochi mesi: a loro, in apertura, sarà dedicato un ricordo affettuoso e grato. Nel comitato organizzatore siedono, fra gli altri, Susanna Pasticci, anima di varie iniziative della Chigiana, e Nicola Sani, direttore artistico dell’Accademia. Il programma si legge, in italiano e in inglese, ai seguenti link:
https://www.journal.chigiana.org/music-and-power-in-the-long-nineteenth-century/
https://www.journal.chigiana.org/music-and-power-in-the-long-nineteenth-century-2/

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