Ogni tre giorni, in Italia, una donna si sveglia e potrebbe essere uccisa. Mogli, ex fidanzate, compagne, madri: nel 2021 sono già 109 i femminicidi e manca ancora all’appello tutto il mese di dicembre. Nella Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, assistiamo per l’ennesima volta a una sciorinata di chiacchiere e luoghi comuni: “le donne non si toccano nemmeno con un fiore”, “solo un piccolo uomo picchia le donne”, come se la decenza di un uomo si misurasse solo dai livelli di violenza fisica che usa. Se non alzi le mani, allora sei di certo un grande uomo! Complimenti per aver raggiunto la soglia del minimo sindacale.

Si potrebbe pensare che siano le relazioni a essere campi di battaglia, ma questa è una semplificazione. È il corpo delle donne a essere costantemente sotto scacco: violenze fisiche e verbali, abuso sessuale, manipolazione, molestie, aggressioni, molestie che diventano aggressioni e ogni forma di violenza in ambito sanitario. Quest’ultima è sicuramente in una zona grigia, nonostante avvenga nei luoghi in cui tuttə dovrebbero sentirsi al sicuro: ospedali, cliniche, consultori.

Il diritto all’aborto è sotto minaccia e sono quotidiane le testimonianze di attivistə e volontariə che vengono contattatə per avere informazioni sull’ivg, perché il personale ospedaliero obiettore di coscienza si rifiuta di collaborare, o per denunciare il trattamento degradante subito durante l’interruzione di gravidanza. Fenomeni simili rientrano nella definizione di violenza ostetrico-ginecologica (in molti Paesi classificata proprio come violenza di genere). Consiste in un trattamento giudicante e/o denigratorio nel privato di una visita medica o durante il parto, che può sfociare in comportamenti approssimativi e/o abusanti.

Solo in Italia più di un milione di donne dal 2003 a oggi hanno testimoniato di aver subito una forma di violenza psicologica o fisica durante il parto, ad esempio l’episiotomia praticata senza preavviso né consenso informato. Sono stati segnalati anche insulti e commenti offensivi, che mal si addicono al clima di fiducia che dovrebbe instaurarsi tra medicə e paziente.

È di pochi mesi fa la denuncia di Benedetta Lo Zito, 34 anni, fondatrice di SUNS, gruppo che fornisce assistenza gratuita alle vittime di stupro. Lo Zito ha raccontato sui social la sua storia e in tantə hanno poi confessato di averne vissute di simili. “Ti sei rovinata il fisico”, ecco il primo commento non richiesto su piercing e tatuaggi con cui il ginecologo la accoglie. L’ecografia transvaginale inizia prima che la paziente possa rendersene conto, il sondino penetra con forza senza preavviso, lei protesta per il dolore. “Dovresti essere abituata, visto il lavoro che fai” (all’epoca era social media manager di un’azienda di sex toys). Il dolore è forse commisurato alla professione svolta? Di fronte a questa cattiveria, Benedetta rinuncia a opporsi, probabilmente lo avremmo fatto tuttə.

Sappiamo che un episodio del genere non equivale a uno stupro, ma possiamo dire che non ci sia colpa? Possiamo dire che non ci sia consapevolezza? Parliamo di medicə, per la miseria! Il ruolo della figura sanitaria in una visita, nel corso del parto o durante una procedura di aborto dovrebbe essere empatico, rispettoso e informativo. Queste caratteristiche non sono facoltative, rientrano nelle competenze necessarie per creare una buona équipe sanitaria. Paradossalmente, invece, sia nel caso in cui una donna stia per diventare madre, sia nella situazione in cui non voglia esserlo, può venirsi a creare un punto di incontro dei due binari: l’abuso verbale e fisico.

A ogni notizia di violenza arriva l’eco: “Denunciate, fatevi sentire, cercate aiuto già ai primi campanelli di allarme”. Queste parole sembrano una farsa su tre livelli.

Il primo: se parliamo di violenza domestica, ogni volta che finisce ammazzata una sorella che aveva già denunciato alle forze dell’ordine e chiesto allontanamenti… quella non solo è una sconfitta istituzionale, ma è un messaggio di resa per chi si trova nella stessa situazione.

Il secondo: che si tratti di violenza sessuale, sanitaria, verbale… la reazione è del tutto soggettiva. La paura di non essere credutə, la forza di dover fare i conti con eventi traumatici, la barriera di rendere qualcun altrə partecipe della propria storia. Non è scontato.

Il terzo livello: quant’è facile dirci di parlare dopo che siamo già morte, vero? Perché quando invece – da vive – ci permettiamo di alzare la voce, di chiedere rispetto, quando denunciamo le discriminazioni subite, le manie di controllo e possesso sui nostri corpi, gli abusi ginecologici, la rabbia e l’imbarazzo che proviamo di fronte ad atteggiamenti maschilisti, quando non stiamo zitte di fronte all’ennesima battuta sulle donne trans, quando denunciamo che l’accesso all’aborto non è garantito ma che allo stesso tempo il peso della genitorialità non è diviso equamente… quando gridiamo che siamo stanche di tutto questo, ecco che ci dite che esageriamo, ci chiamate nazifemministe. Da morte ci dite che il silenzio uccide, da vive ci chiedete di stare zitte.

Allora almeno oggi, se non avete intenzione di appoggiarci contro TUTTE le violenze del patriarcato, state zitti voi.

Twitter: @ElianaCocca

La fondazione del Fatto Quotidiano, insieme alla onlus Trama di Terre, finanzia borse di autonomia per sostenere donne sopravvissute alla violenza. Visita il sito e scopri come aiutarci: clicca qui

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