Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Parlare di violenza sulle donne implica una comprensione dei diversi livelli sui quali le disuguaglianze di potere tra uomini e donne agiscono. Inoltre è necessario osservare il fenomeno nelle varie sfaccettature che possono coinvolgere l’ambito dell’incolumità fisica, psicologica e sociale con infinite intensità e combinazioni possibili.

Il rischio delle iniziative come quelle della giornata di oggi è proprio quello di porre al centro del dibattito esclusivamente le forme più eclatanti di violenza allontanando così la possibilità di una maggiore consapevolezza sulle modalità che la violenza di genere può assumere. Infatti, sebbene gli spaventosi dati sui femminicidi in Italia dell’ultimo anno, la romanticizzazione degli stessi a opera delle testate giornalistiche (che riportano alla memoria il delitto d’onore) e l’escalation di violenza domestica nei periodi di lockdown costituiscano evidentemente il nodo centrale delle rivendicazioni di questa giornata, come mette in luce la sociologa Brigitte Halbmayr, tutte le forme di violenza ai danni delle donne hanno una radice comune: il sessismo.

Pertanto, diviene difficile contrastare quelle forme più visibili e tangibili della violenza di genere se non si entra nel cuore stesso del problema che è il sessismo. La Treccani lo definisce come l’atteggiamento di chi (uomo o donna) tende a giustificare, promuovere o difendere l’idea dell’inferiorità del sesso femminile rispetto a quello maschile e la conseguente discriminazione operata nei confronti delle donne in campo sociopolitico, culturale, professionale o semplicemente interpersonale.

Come nota Maria Giuseppina Pacilli in Quando le persone diventano cose (2014), è molto diffusa l’idea secondo cui sessismo e disuguaglianze di genere siano problemi superati, appartenenti al passato. Questa visione si basa sulle recenti e progressive conquiste in ambito politico-sociale ottenute dalle donne e ha due ordini di conseguenze: in primis vengono misconosciute le varie forme di violenza e disuguaglianza di genere più subdole; in secondo luogo, per tenere in piedi questa stessa visione, tutte le forme di violenza di genere ben visibili ed eclatanti devono essere giustificate alla luce della responsabilità esclusivamente individuale dell’uomo che le ha commesse, ignorando il ruolo del sistema patriarcale in cui siamo immersi e che autoalimenta il sessismo.

A tal proposito risulta centrale la riflessione di Pacilli: “Negare o sottostimare l’esistenza della discriminazione di genere, oltre che un errore di superficialità o disattenzione, può essere inteso come il segnale preoccupante di un atteggiamento larvatamente negativo nei confronti del raggiungimento di complete pari opportunità tra uomini e donne” (pag. 116). L’essenza di questa affermazione è particolarmente visibile nel fenomeno dello street harassment o catcalling: si tratta di tutte quelle forme di molestie sessuali che possono avvenire all’aperto e in luoghi pubblici -generalmente – ai danni di una donna da parte di estranei, comprendendo comportamenti come fischi, commenti inopportuni, attenzioni persistenti e indesiderate, avances. Tutte queste esperienze vengono molto spesso estromesse dalla categoria delle molestie sessuali, giustificandole e riconoscendole come innocui complimenti. In realtà, il significato di questo fenomeno è tutt’altro che trascurabile: infatti, sebbene chi li agisce tendenzialmente non lo faccia con un’intenzione particolare, questi comportamenti assumono la funzione di mantenere e rinforzare la subalternità femminile. Questo perché tali attenzioni indesiderate fanno sì che una donna da sola negli spazi pubblici si senta osservata e controllata, influenzando così la sua libertà di circolazione e di scelta.

Proprio il fatto che spesso tanto gli uomini quanto le donne non leggano questo fenomeno come dannoso, liquidandolo come mera abitudine, è il più grande motore di mantenimento dello stesso che contribuisce più in generale a rinforzare rapporti di potere sbilanciati tra uomini e donne a favore dei primi. Ciò spiega anche il paradosso per cui l’universo femminile venga riconosciuto e trattato come una minoranza sebbene non lo sia affatto a livello numerico. Questa considerazione, quindi, sottolinea l’urgenza e la necessità di riconoscere che noi tutti, spesso inconsapevolmente, contribuiamo attivamente a mantenere inalterate le disuguaglianze di genere e il primo passo per smettere di farlo forse è lavorare sulla consapevolezza che la violenza contro le donne non sia un fenomeno che possiamo imputare a pochi soggetti, malati, mele marce, ma che coinvolge noi tutti in quanto attori del sistema stesso.

Si ringrazia per la collaborazione la dr.ssa Martina Maurella

La fondazione del Fatto Quotidiano, insieme alla onlus Trama di Terre, finanzia borse di autonomia per sostenere donne sopravvissute alla violenza. Visita il sito e scopri come aiutarci: clicca qui

Sostieni ilfattoquotidiano.it: se credi nelle nostre battaglie, combatti con noi!

Sostenere ilfattoquotidiano.it vuol dire due cose: permetterci di continuare a pubblicare un giornale online ricco di notizie e approfondimenti, gratuito per tutti. Ma anche essere parte attiva di una comunità e fare la propria parte per portare avanti insieme le battaglie in cui crediamo con idee, testimonianze e partecipazione. Il tuo contributo è fondamentale. Sostieni ora

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Violenza sulle donne, la solitudine di chi denuncia: “Il Comune stava dando il mio indirizzo all’uomo da cui sono fuggita. Serve una rete di protezione nel tempo”

next
Articolo Successivo

È il corpo delle donne a essere costantemente sotto scacco, anche in ambito sanitario

next