Della Palma d’Oro Titane abbiamo già parlato, ma ora escono in sala altri lavori che si sono fatti valere sulla Croisette. Annette, ad esempio. Curioso il corposo musicarello dark su una coppia di star girato da Leos Carax.

Lui comico corrosivo tra Lenny Bruce e Niki Renda, un Adam Driver più sexy e narcisista che mai, lei una Marion Cotillard carismatica cantante d’opera. Entrambi osannati da pubblico e rotocalchi vedranno toccare il culmine del loro amore con la nascita di Annette. Ma ogni apice che si rispetti cela i suoi baratri, così come la bimba nasconde talento e incarna metafore chiave per aprire il cuore dello spettatore al film.

Carax non si ripete con i registri utilizzati su Holy Motors, sceglie invece il musical, dal quale prende gli stilemi delle classiche coralità sceniche cantando direttamente al pubblico insieme a tutto il cast in apertura e chiusura, come in un vero live show. Bagna il suo cinema di un qualcosa che potrebbe ricordare un La La Land, ma più truce, tattile, e vela nostalgicamente ogni sua rara solarità. Due ore e mezza un po’ ridondanti se vogliamo, non rivolte a un pubblico popolare di gusti medi. Buone le musiche originali degli Sparks in un loop da carillon che resta in testa, e amarissima la discesa violenta e disperata negli inferi di un amore al capolinea. Ha conquistato il Gran Premio per la regia di Carax con alcuni frame iconici. Ma è meritato? Forse no.

Forse anche la regia di Joachim Trier avrebbe meritato un Gran Premio. Gustosa e lineare commedia sentimentale ha reso al massimo sulla gestione attoriale, mentre lo sguardo visivo sobrio ma non rigido si è concesso, come preziosa invenzione surreale, quella magnifica sequenza sull’amore sospeso come una corsa nel traffico di Oslo, tutto magicamente immobilizzato in un fermo immagine generale, mentre lei a passo svelto raggiunge la sua nuova decisione. Invece è arrivato soltanto, si fa per dire, il Premio alla migliore interpretazione femminile per Renate Reinsve, rappresentazione perfetta di una donna moderna che resterà negli annali del cinema europeo e servirà ai posteri per descrivere la donna occidentale in questi nostri anni così contraddittori. Incontrare l’anima gemella e sentirla definirsi La persona peggiore del mondo. Il titolo è quel che accade in questo film co-prodotto da Norvegia, Francia, Svezia e Danimarca.

La Reinsve incarna le varie fasi intime e sociali dell’innamoramento moderno: la noia per la relazione stanca, la tentazione verso il tradimento, l’incontro sorprendentemente travolgente, l’addio corrucciato, le costruttività e le valigie amaramente rifatte dei traslochi, gli esordi di coppia in famiglia, le confidenze più intime e impensate, le interferenze dei parenti, il rimuginare stanco. La freschezza però non manca mai a questa storia tutta femminile che descrive egregiamente anche i maschi, vividamente realistica e incredibilmente utile a guardarsi nello specchio del grande schermo. Sarà difficile non trovare almeno un dettaglio in comune con uno dei protagonisti.

Il Gran Premio Speciale della Giuria è andato invece a Scompartimento N.6 di Juho Kuosmanen. Al cinema dal 2 dicembre, prende ben più d’uno spunto dal romanzo omonimo di Rosa Liksom, edito in Italia da Iperborea. Si tratta di un road movie ghiacciato fuori ed energico dentro. La più fredda Russia decadente degli anni ’90 viene percorsa da un treno affollato. In una delle cabine s’incontrano una ragazza fuggita dalla relazione con una donna più grande di lei e un ceffo maldestro e misogino col gomito orientato sulla vodka. Dopo un inizio molesto, la magia e l’ineluttabilità metaforica della direzione ferroviaria riunirà i due giovani in un’amicizia che oscilla tra l’improbabile destino che li attende.

Romanzo crudo e al tempo stesso delizioso ambientato in realtà negli anni ’80, ha subito una revisione autoriale del regista piuttosto interessante dal punto di vista narrativo. Con tutti gli annessi e connessi legati al pre e al post-Perestroika però. E non solo. Il risultato non è un film malvagio, ma la ruvidità di questo umano incontro/scontro su rotaie non ci porta dentro quella stessa tridimensionalità della storia originale su carta. Sarà il mancante tocco femminile, o forse lo scavallamento delle epoche – giocare di un solo decennio, ma quel decennio del Crollo del Muro così decisivo per il mondo e per quel mondo – così, forse, restare più fedeli alla Liksom avrebbe giovato di più al risultato finale.

Non tutte le Giurie riescono col Premio.

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