In certe notti serene, con la luna grande, si fa festa nei boschi. E’ impossibile stabilire precisamente quando, e non ci sono sintomi appariscenti che ne diano preavviso. Lo si capisce da qualcosa di speciale che in quelle occasioni c’è l’atmosfera. Molti uomini, la maggioranza, anzi, non se ne accorgono mai. Altri invece l’avvertono subito. Non c’è niente da insegnare al proposito. E’ questione di sensibilità: alcuni la posseggono di natura; altri non l’avranno mai, e passeranno impassibili, in quelle notti fortunate, lungo le tenebrose foreste, senza neppur sospettare ciò che là dentro succede.

Mentre tornavo a casa, dopo aver salutato gli alunni di una mia classe, lo scorso anno, ho ripensato a queste righe de Il segreto del bosco vecchio, il romanzo del 1935 di Dino Buzzati.

Come ci accade spesso, con una frequenza che non segue alcuna regola, ci siamo rivisti, per trascorrere qualche ora insieme, senza alcun programma prestabilito se non quello di ritrovarci. Così dopo i saluti iniziali e qualche battuta in attesa di chi aveva ritardato abbiamo iniziato a camminare, tentando di allontanarci dalla confusione della Città e dalla frenesia dell’Appio-Latino, in cerca della Natura, che abbiamo trovato nella valle della Caffarella: l’area demaniale di circa 190 ettari che si estende tra le Mura Aureliane, Via Latina e Via dell’Almone, all’interno del Parco archeologico dell’Appia antica.

Mentre ci inoltravamo nel “verde” ho sentito la voce di Gaia raccontare a Cecilia, “Più avanti, nel bosco sacro, mio padre mi ha detto di aver piantato un albero quando sono nata”. A quel punto mi sono girato e l’ho raggiunta per capire meglio. “E se provassimo a cercarlo il tuo albero?”, le ho chiesto, rivolgendomi anche ai suoi compagni. Detto, fatto. Abbiamo raggiunto il luogo e abbiamo iniziato la ricerca, sparpagliandoci tra la sommità e le pendici della collinetta sulla quale ci sono una gran quantità di lecci di grandezza differente, ognuno piantato per celebrare una nascita, come ricorda un cartellino legato ad uno dei rami, in basso.

Ci siamo soffermati a leggere e in questo modo abbiamo fatto la conoscenza con persone che altrimenti ci sarebbero rimaste sconosciute. Abbiamo osservato alberi adulti e “alberelli” che lo diventeranno. Abbiamo capito che la Natura può parlare degli uomini, essergli a fianco. A quel punto parlare di ambiente è stato naturale: mi hanno chiesto della Conferenza sul clima della Nazioni unite di Glasgow ma poi hanno cominciato a parlare di loro, delle loro giornate e anche dei loro progetti, dimostrandomi che Ambiente e Persone sono parti di una questione che si è trasformata in problema. Che noi tutti abbiamo trasformato in problema, perché abbiamo scelto di cannibalizzare troppe parti della Terra, mentre abbiamo smesso di comportarci da persone, spogliandoci di ogni sentimento di umanità.

Tra quegli alberi ho scoperto che i miei ragazzi saranno delle donne e degli uomini meravigliosi. Non solo perché sanno muoversi con rispetto nella Natura, osservando con curiosità i diversi elementi di cui quella è costituita, o perché mostrano una fascinazione nei confronti di quel che li circonda, ma perché sono consapevoli che parlare di Natura vuol dire raccontarsi, almeno un po’. Come ha dimostrato Eleonora dicendomi che ha deciso che il prossimo anno andrà al liceo Scientifico, ma intanto vorrebbe piantare un albero, magari proprio alla Caffarella. Come ha intenzione di fare anche Egizia, che continua sempre a sentirsi fuori posto e per questo soffre.

Alla fine l’albero di Gaia non l’abbiamo trovato, non ci siamo riusciti. Chissà, forse il cartellino sarà caduto a terra. La ricerca infruttuosa non ha però avvilito i ragazzi che, anzi, mi hanno chiesto di tornare per proseguire l’esplorazione.

“… Non c’é niente da insegnare al proposito. E’ questione di sensibilità: alcuni la posseggono di natura; altri non l’avranno mai…”. Lo credo fermamente: “sentire” la Natura e far prevalere sugli egoismi la propria umanità è questione di sensibilità. Alberi e uomini sono fratelli, a volte. La speranza che lo saranno i miei ragazzi mi conforta, più di qualsiasi altra cosa.

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