Il 2 novembre scorso, la Gup Chiara Valori ha ammesso DiRe donne in rete come parte civile nel processo ad Alberto Genovese, l’imprenditore delle start up accusato di stupro. “Rappresentare l’associazione Donne in rete contro la violenza in questo processo – ha detto l’avvocata Francesca Garisto della rete DiRe – mi dà la possibilità di portare la voce dei centri antiviolenza che da oltre 30 anni spendono risorse umane, politiche ed economiche per contrastare la violenza maschile contro le donne e per sostenerle. La nostra voce è la stessa che chiede in ogni sede giudiziaria e politica, il rispetto dei diritti delle donne, per contrastare i gli stereotipi che le vorrebbero colpevoli quando sono vittime, responsabili quando sono private di ogni possibilità di autodeterminazione, deboli anziché forti come solo le donne possono essere quando si sostengono fra loro”.

Lo scorso mese di ottobre, la Procura di Milano aveva chiesto il rinvio a giudizio di Alberto Genovese per le terribili violenze inflitte ad una donna nel suo attico di Milano, durante una delle tante feste che era solito organizzare sulla “terrazza sentimento” e per un altro episodio di violenza denunciato da un’altra donna, commesso ad Ibiza. La notizia dell’arresto di Alberto Genovese, avvenuto circa un anno fa, e la pesantezza delle accuse mosse dalle vittime avevano focalizzato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica per settimane.

L’imprenditore, sul quale pesavano gravi accuse di violenze efferate commesse somministrando la droga dello stupro, era stato descritto come “un vulcano di idee che era stato spento” sul Sole 24 ore (l’articolo era stato rimosso dopo le proteste delle giornaliste della stessa testata), Filippo Facci colpevolizzava le vittime, Vittorio Feltri le scherniva in articoli o tweet e trasmissioni come Non è l’Arena rimestavano morbosità e illazioni lasciando ampio spazio di parola agli amici di Genovese, mentre la avvocata Bernardini de Pace, come altri opinionisti interpellati in tv, si diceva convinta che le donne siano corresponsabili delle violenza subita e si prodigava in facili consigli, come se il fenomeno dello stupro si potesse sconfiggere rifiutando le caramelle offerte da sconosciuti o mollando qualche ceffone. L’opinione pubblica era stata malamente orientata da una corposa disinformazione inquinata da pregiudizi e stereotipi contro le donne che denunciano violenza sessuale. Soprattutto se giovani. Deja vu.

Ancora una volta la fascinazione per uomini di potere che finiscono agli arresti o sul banco degli imputati con l’accusa di violenza contro le donne aveva mostrato il doppiopesismo di sempre: sospetto e diffidenza per le donne esposte a gogne mediatiche con l’illazione di essere prostitute da una parte, e malcelata indulgenza per il piccolo padreterno di turno, caduto giù dall’Olimpo per colpa di “una debolezza”, “della droga”, “perché era stato lasciato dalla fidanzata ed era solo” o “per colpa di donne senza scrupoli a caccia di soldi”.

Con un rovesciamento di responsabilità, a prescindere da qualunque valutazione dei fatti, le donne che hanno denunciato Alberto Genovese hanno pagato un prezzo altissimo sulla stampa e all’opinione pubblica, come altre che prima di loro avevano svelato abusi di miliardari e potenti o di loro parenti. Ad aprile è avvenuta la stessa cosa per la ragazza che nel 2019 aveva denunciato per stupro Ciro Grillo, Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria.

La violenza sessuale si considera ancora come un evento causato o scusabile dai “comportamenti immorali” delle vittime, un pregiudizio che ottunde la percezione della sua gravità: una violazione dei diritti umani che può lasciare traumi indelebili nelle vittime sia fisici che psicologici. Purtroppo l’inadeguata conoscenza del fenomeno dello stupro non riguarda solo l’opinione pubblica, ma anche i media e la magistratura.

A maggio, l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo per la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che sancisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Nel 2013 la Corte d’appello di Firenze aveva assolto 7 uomini accusati di stupro di gruppo fondando le motivazioni della sentenza sullo stigma per le scelte sessuali, i comportamenti e persino l’abbigliamento della donna che aveva sporto denuncia. I giudici di Strasburgo hanno considerato “ingiustificate le osservazioni riguardanti la bisessualità, le relazioni sentimentali e il sesso occasionale della ricorrente prima dei fatti ritenendo che il linguaggio e gli argomenti utilizzati dalla Corte D’Appello trasmettano i pregiudizi sul ruolo delle donne che resistono nella società italiana e che rischiano di ostacolare un’efficace tutela dei diritti delle vittime di violenza di genere nonostante un soddisfacente Quadro normativo”.

Stare nel processo accanto alle donne o a fianco dei famigliari di vittime assassinate dal partner è un atto di solidarietà e di testimonianza importante per tutte le donne. Quando i centri antiviolenza si costituiscono parte civile portano nelle aule dei tribunali uno sguardo profondo sul femminicidio e sul problema della violenza maschile come fenomeno culturale e sociale.

In società avvelenate da una misoginia millenaria, uomini e donne non sempre sono uguali davanti alle legge, soprattutto quando i giudici non sono consapevoli delle disparità sociali, economiche e simboliche che scavano solchi e distanze nel riconoscimento dei diritti degli uni e delle altre. La giudice Paola Di Nicola nel libro La mia parola contro la sua ha scritto che affrontare il fenomeno della violenza maschile vuol dire doversi mettere in discussione e a partire dal proprio ruolo di marito, padre, moglie, madre e la propria formazione etica e politica.

Elena Biaggioni, avvocata Dire, ha commentato la costituzione di parte civile delle associazioni femministe con queste parole: “La costituzione di parte civile nel nostro caso, è un atto femminista, di sorellanza e di forza ed è un atto di presidio al rispetto dei diritti umani delle donne. Il processo penale, per come è giustamente strutturato, è incentrato sulle garanzie dell’imputato, è l’imputato che deve potersi difendere a 360 gradi. Ma quel che si può fare con la costituzione di parte civile, oltre alla richiesta di risarcimento del danno, è assicurarsi che il sacrosanto diritto di difesa dell’imputato, non trovi terreno fertile negli stereotipi giudiziari che troppo spesso minano la credibilità delle donne e che trasformano il processo, da momento di accertamento dei fatti e responsabilità in una dura prova di coraggio e di resistenza per le vittime”.

@nadiesdaa

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