La storia della comunità e del movimento Lgbt+ è travagliata, non è certo un mistero. Va avanti per sconfitte dolorose e per poderosi passi in avanti. Pensiamo alle unioni civili. Per quanto frutto di vergognose mediazioni, tale legge è decisamente più avanzata dei PaCS (in quota DS) e dei pessimi DiCo, partoriti da Rosy Bindi. Tali proposte naufragarono proprio per la reazione dei gruppi omotransfobici. La società, tuttavia, va avanti. Il progresso è inevitabile. Il fallimento del ddl Zan va inserito all’interno di tale processo storico.

Alcuni esempi? La presidenza Clinton, spacciata per progressista, si distinse per una certa omofobia: il Don’t ask, don’t tell impediva, di fatto, il coming out tra le forze armate. Il DOMA, invece, blindava il matrimonio eterosessuale. Nel 2015 la Corte Suprema aprì la strada al matrimonio egualitario. In Francia i PaCS furono presentati più e più volte, prima dell’approvazione definitiva. Il nazifascismo cancellò il movimento gay in Europa, sorto negli anni ‘30. Quel movimento rinacque più forte di prima. Passando dalla depenalizzazione dell’omosessualità al conferimento dei pieni diritti. Insomma, è solo una questione di tempo.

Intanto molte sono le fibrillazioni nella comunità Lgbt+. Tutte dettate dalla rabbia e dalla delusione. Comprensibile. Meno comprensibile che una legge che allargava il raggio d’azione della Reale-Mancino sia diventata il baluardo di destre (anche estreme), centristi pseudo-liberali e femministe trans-escludenti per impedire che la comunità Lgbt+ possa essere protetta dallo Stato.

Nella vita di chi si è opposto al ddl Zan nulla sarebbe cambiato, dopo la sua approvazione. Gli omofobi avrebbero potuto continuare a dire che è famiglia è solo l’unione tra uomo e donna. Le femministe radicali, invece, che le donne transgender non sono donne. Ognuno dentro la sua comoda fiaba della buonanotte. La realtà, si sa, è più complessa.

Nella vita delle persone Lgbt+ invece sarebbe cambiato qualcosa e in meglio. Ma pazienza. Come dicevo in apertura, conosciamo le sconfitte dolorose. Bisogna attendere la nuova ondata e chissà che alla prossima non si abbatta quel muro fatto di bugie, fake news, pregiudizio e odio che ha caratterizzato chi si è opposto al ddl Zan.

La comunità Lgbt+, intanto, scenderà in piazza a Roma e a Milano, proprio oggi pomeriggio. Paradigmatiche le parole di Marilena Grassadonia, ex presidente di Famiglie Arcobaleno e responsabile diritti di Sinistra Italiana: “A chi oggi gioisce e grida vittoria chiedo di passarsi una mano sulla coscienza, se gliene resta ancora una e soprattutto chiedo la decenza di abbassare lo sguardo se ci incontra per strada. E ci incontrerà, questa è cosa certa, perché siamo una marea inarrestabile e soprattutto che non dimentica”.

Dentro i partiti serpeggia un certo malumore, le cui dense nubi si concentrano tutte sopra il cielo renziano. “È stato tradito un patto politico che voleva far fare al Paese un passo di civiltà. Le responsabilità sono chiare” dichiara Alessandro Zan, padre del ddl. “Il voto al Senato ha fatto chiarezza, però, ed è stato giusto chiederlo già oggi: perché ora sappiamo chi è per i diritti, senza esitazioni e senza timidezze” tuona Monica Cirinnà. “Tradimento” è una parola molto pronunciata, nelle ultime ore. E non è un caso che, invece, dalle truppe renziane arrivino prese di posizione, nel tentativo di far ricadere la colpa sulle altre forze politiche.

La verità, ricorda il giurista Angelo Schillaci, è che al netto dell’esito del voto, a indebolire il ddl vanificando la sua approvazione sono stati i continui distinguo dei renziani. La maggioranza, quando il ddl è arrivato in Senato, c’era. Poi Italia Viva a cominciato a fare i capricci. E questa è storia. Certo, non sono stati gli unici.

Anche dentro lo stesso Pd ricordiamo personaggi come Valeria Fedeli e Valeria Valente, che hanno sposato i discorsi delle femministe trans-escludenti. E che ora si dicono dispiaciute e commosse. Quando sarebbe stato più gradito il silenzio. Perché delle lacrime di coccodrillo non sappiamo davvero cosa farcene.

E quindi oggi, nel day after dall’ennesima sconfitta, si ricomincia da qui. Dalla consapevolezza di chi è il nemico, interno ed esterno: centristi pseudo-liberali, destre (anche fasciste) e femministe “gender critical”. Sappiamo però chi sono gli alleati. Gli schieramenti sono chiari, insomma. L’orizzonte pure. E dovremmo anche aver acquisito che la politica dei piccoli passi porta al fallimento. Abbiamo il tempo per riorganizzarci. La prossima volta andrà meglio.

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