L’epilogo della vicenda parlamentare del ddl Zan è stato, va detto senza mezzi termini, della peggior specie. I motivi di perplessa amarezza sono così tanti che non si saprebbe da dove cominciare.

Desta amarezza che si sia dovuti arrivare al voto segreto che, per carità, è legittimo – nessuno lo mette in discussione – ma che, come notava già Leopoldo Elia, separa drasticamente politica e responsabilità. Qualcuno diceva che la cabina elettorale è un po’ come la camera da letto: si dà sfogo a quelle perversioni che fuori teniamo ben nascoste. Per lo scrutinio segreto in Parlamento, in fondo, non è poi tanto diverso. Certo, si potrebbe pensare che è un buon segno: per voler affossare una legge sulla violenza contro la comunità Lgbt+ hanno avuto bisogno del buio; alla luce, probabilmente, si sarebbero vergognati. Ma è una assai magra consolazione.

Desta amarezza il rinnovato spettacolo di una maggioranza politica che non ha la stessa visione del mondo, con una “opposizione incorporata” sulle cosiddette materie di coscienza e non solo. E va bene che questo governo – come ci ripetono da mesi – serviva per la campagna vaccinale e per il piano di resilienza. Ma, insomma, poi c’è anche la vita delle persone, e non tutto si può rinviare ad un indefinito domani: perché, fin quando quel domani non arriva, il contatore degli atti di violenza e discriminazione continua a scorrere. Anzi, a correre.

Desta perplessa amarezza il dubbio che il vile affossamento di una legge sull’omotransfobia sia in realtà più divisivo per il Paese di quanto non lo sarebbe stato – come alcuni paventavano – la sua approvazione. Perché approvarlo non avrebbe lasciato nessuno senza difese, non avrebbe fatto del male a nessuno, non avrebbe leso nessuno, mentre il suo affossamento lascia disarmata la sofferenza di tanti. E, forse, un Parlamento non avrebbe potuto compiere una scelta più divisiva di quella di dire a questa sofferenza: “Sai che c’è? A me non importa”.

Desta perplessa amarezza – ma l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo, se lo sconforto non suggerisse ormai nient’altro che il silenzio – che ora qualcuno pensi che il problema sia risolto. Che non ci si renda conto, da alcune parti, che una risposta la si dovrà pur dare, che una soluzione andrà trovata, che non è ammissibile che in una democrazia occidentale non ci sia una protezione legislativa per le vittime di aggressioni omofobe o che a scuola non ci sia un’educazione specifica al rispetto dell’altro. Anche l’Europa, probabilmente, non potrà più a lungo tollerarlo.

È per questo che, in fondo, quelli messi peggio non siamo noi. A noi resta l’amarezza, ma la storia farà comunque il suo corso e la realtà, con le sue esigenze, presto o tardi, prevarrà. Quelli messi peggio sono loro, quei 154 senatori, con tutto il carico di sofferenza – di calci, di pugni, di figli messi alla porta, di insulti, di offese, di discriminazioni – che da oggi peserà sullo loro coscienza.

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