Adesso che a 98 anni suonati Carlo Vichi se ne è andato, giusto per verificare se qualcosa era cambiato nel sistema industriale italiano ho voluto rileggere quello che mi era capitato di scrivere proprio qui ormai otto anni fa. E purtroppo (The times they’re not a changin’) mi è toccato vedere che siamo sempre allo stesso punto, che le cose dette allora sono le stesse che dovremmo dire anche oggi… Certo, ora bastian contrari di successo come Carlo Vichi non ce ne sono più.

Di sicuro fu un grandissimo imprenditore, di quelli che veramente avevano fatto tutto da sé, controcorrente. Uno che ebbe l’ostilità dei fratelli industriali, benché la sua Mivar potesse essere additata a campione delle virtù imprenditoriali italiane. Uno di quelli che una volta ritiratosi, sconfitto e forse esausto, non aveva lasciato eredi, ma anche nessun debito, nessun disastro sociale. E come si usa, qualcuno aveva perfino provato a dargli del fascista, come se certi atteggiamenti folcloristici avessero a che fare con scelte ideologiche o consapevoli programmi politici.

Quindi giù il cappello davanti a Carlo Vichi, ma campana a morto per l’imprenditoria italiana. Per la quale nulla cambia, gli eroi sono sempre gli stessi e sono dei perdenti, beautiful losers certo, ma capannoni chiusi. Perché l’imprenditoria italiana, la grande imprenditoria italiana, non si rinnova dentro, non cresce fuori, non riesce a sviluppare nuovi modelli. È ancora costretta a piangere gli uomini-contro, alla Olivetti, appunto alla Vichi, ma anche alla Gaetano Marzotto e pochi altri, gli ultimi campioni dell’impresa italiana.

Già prima non era certo un buon segno che gli imprenditori per giungere al successo dovessero diventare dei lottatori contro il sistema politico, economico e finanziario. È faticoso fare gli imprenditori controcorrente, guardarsi le spalle da nemici e concorrenti, ma diventa impossibile se tutto il sistema è contrario, se la società premia solo furbastri e “amici”, e ostacola chi si assume responsabilità, rischi e vorrebbe promuovere il benessere collettivo, nemmeno se si uscisse nuovamente dalla fame e dalle distruzioni di una guerra mondiale. In cinquant’anni l’industria italiana si è modernizzata esternamente ma ha perso molte delle sue caratteristiche più vitali, e ora infatti è in crisi profonda.

Carlo Vichi è morto oggi ma lo spirito imprenditoriale italiano da tempo langue. Conta poco chi era Carlo Vichi e che cosa fece, che pure era molto. Conta che il successo delle imprese in Italia fu, ed è purtroppo, solo un caso eccezionale, legato alle doti straordinarie, in alcuni casi pazzesche di qualche imprenditore. Mentre il successo delle imprese dovrebbe essere una cosa normale in un paese che vuole essere tra i più sviluppati al mondo. È il sistema che dovrebbe rendere facile la possibilità degli imprenditori veramente orientati alla crescita del benessere collettivo di poter perseguire i propri fini, attraverso i profitti, attraverso la creazione, proficue e rispettose collaborazioni con le persone, il territorio, l’ambiente.

Carlo Vichi fu certamente un grande imprenditore, ma fu soprattutto l’esponente tragico di un’imprenditoria che si sforzava di crescere, di diventare grande e matura, nonostante tutto, ma non ce l’ha fatta. Vichi era il campione della fase primitiva dello sviluppo dello spirito imprenditoriale italiano, ma che non si è mai evoluta. Un brutto anatroccolo che non è mai diventato cigno, un burattino di legno che non si è mai trasformato in bravo ragazzo. Questo è il prezzo che tutti paghiamo per non aver compreso uomini come Olivetti e Vichi, criticati anche quando facevano soldi a palate. Questo è il prezzo che ancor oggi dobbiamo pagare per una classe imprenditoriale che non ha voluto imparare nulla e cambiare le sue brutte, vecchie abitudini.

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