Un autunno difficile, una prospettiva negativa e la lamentela diffusa, nei territori e dentro le segreterie nazionali, di una “noncuranza” da parte di chi dovrebbe governare le crisi e la transizione, anche quella verde, nell’era post-Covid. “C’è un’assenza politica, quella di Giancarlo Giorgetti, incontrovertibile. Qualcosa che sfiora la delegittimazione sindacale. Siamo quasi ignorati”, si sfoga il segretario generale della Uilm Rocco Palombella. Ma anche il ministero del Lavoro non è esente da colpe, ad avviso di Daniele Calosi, segretario fiorentino della Fiom Cgil: “Parliamo da settimane di elementi di deterrenza per combattere le delocalizzazioni. Ma guardiamoci in faccia, seriamente: avremmo evitato i problemi con Gkn grazie a una multa del 2%?”, si chiede il sindacalista. È questo lo scenario dell’industria italiana alla vigilia di mesi che si preannunciano complicati, nonostante l’esultanza di Federmeccanica per la spinta degli scorsi mesi. “Nulla di strutturale, assunzioni a tempo. Non c’è una prospettiva”, scuote la testa Palombella. Con circa cento tavoli aperti al Mise, quasi nessuno ha esultato per la chiusura del caso dell’Ast di Terni, passata da ThyssenKrupp ad Arvedi. Negli uffici del Mise sono piombate nelle ultime settimane nuove fughe e crisi, dalla Gkn di Campi Bisenzio alla Timken di Brescia fino a Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto. E a Roma è destinato ad arrivare anche il caso di Riello, pronta a chiudere lo stabilimento di Villanova di Cepagatti (Pescara) portando la produzione in Polonia.

L’ultima fuga: Riello verso Est – “Undici pagine di procedura di licenziamento nelle quali non si legge mai la parola ‘crisi’. Mai”, sottolinea Alessandra Tersigni della Fiom di Pescara. Del resto l’azienda controllata dal colosso statunitense Carrier Group ha chiuso il 2020 con 19 milioni di euro di utile. Eppure l’intenzione è quella di licenziare 71 lavoratori di Villanova di Cepagatti. “Di fronte abbiamo un muro, parlano di ‘dialogo attivo’ ma finora hanno detto ‘no’ a tutto. Persino alla cassa Covid. Potrebbero accedervi, ma hanno ribadito che non lo faranno. Mancano meno di due mesi al termine dei 75 giorni della procedura di licenziamento, è il momento che intervenga Giorgetti”, insiste la sindacalista. Al ministro dello Sviluppo Economico è stata già inviata una lettera dalla Regione Abruzzo per fermare quella che Tersigni definisce una “delocalizzazione pura” verso la Polonia. Per ora, però, da Roma è rimbalzato solo il silenzio.

Palombella: “Il ministro è assente” – Una lamentela che il segretario generale della Uilm estende a tutti i tavoli: “Non abbiamo possibilità di interlocuzione, questo è l’aspetto più grave: non si riesce a discutere. Quella di Giorgetti è un’assenza politica – scandisce Palombella – Così non riusciremo a governare le situazioni. Le difficoltà a risolvere le crisi ci sono sempre state, ma ci si parlava e confrontava. Ora invece si prendono impegni, ma cadono nel nulla. La situazione è drammatica”. Un modus operandi racchiuso in una parola: “Noncuranza”. E davanti a mesi che si preannunciano delicati, il numero uno dei metalmeccanici Uil si dice certo che “se l’autunno prende una brutta piega, non saremo in grado di reggere e a quel punto sarà una bolgia”. La richiesta dei sindacati è chiara, anche in vista dei fondi del Pnrr: “Non ci sono luoghi in cui si discute di lavoro. Se non si salvaguarda l’esistente, come ripartiamo? I risultati ad oggi sono effimeri: Federmeccanica parla di nuovi posti di lavoro, ma non sono strutturali. Se non si rilanciano i settori ‘spina dorsale’ dell’industria italiana, non ci riprenderemo”.

Da Gkn a Gianetti, la scossa di luglio – Luglio ha invece dato in là al taglio della corda di nuovi gruppi. Prima Gianetti Ruote, proprietà del fondo d’investimento Quantum Capital Partners, già il 3. Come spiega Vittorio Sarti, coordinatore Uilm della Lombardia, durante l’incontro di venerdì 17 in Regione Lombardia è arrivata una doccia gelata da parte dell’Inps che ha dichiarato “non praticabile la cassa integrazione speciale di 13 settimane, approvata dal governo nel mese di luglio” per fare fronte a situazioni come quella dell’azienda di Ceriano Laghetto. L’azienda ha quindi fatto muro, ritenendo impraticabili anche soluzioni. “Otre il danno, la beffa – dice Sarti – Anche il mistero dello Sviluppo economico e del Lavoro si dovranno assumere la responsabilità di non avere trovato soluzioni a questa vertenza, se non quella di aver proposto un ammortizzatore sociale rivelatosi impraticabile a detta dell’Inps proprio nell’ultimo giorno utile per un accordo prima della chiusura della procedura di licenziamento”. Il caso emblematico resta quello della Gkn di Campi Bisenzio, con i sindacati impegnati a reiterare la richiesta di ritirare i licenziamenti e tamponare la situazione con 13 settimane di cassa integrazione: lo stabilimento fiorentino, noto per la qualità dei componenti, è stato in mano alla Fiat fino al 1994, dal 2018 è del fondo d’investimento Melrose. Oggi i lavoratori torneranno a sfilare a Firenze per richiamare l’attenzione sulla loro vertenza: “Il 4 agosto ci siamo lasciati con il governo che ha fatto propria la nostra richiesta di ritirare i licenziamenti e ragionare attorno alla cassa integrazione straordinaria. Il 30 agosto la nuova proposta è stata la cassa per cessazione attività”, fa il punto il segretario fiorentino della Fiom. Lunedì si tornerà a confrontarsi al Mise: “Dove però ci ha convocato il ministero del Lavoro. L’incontro – aggiunge – non avrà una valenza politica, questo ci pare già chiaro. Ad oggi di ‘migliore’ con questo governo non abbiamo visto nulla”. Eppure, conclude Calosi, la Gkn di Campi Bisenzio “potrebbe essere il primo fornitore di Stellantis” e “dovrebbe essere un punto di riferimento per la produzione di semiassi per i veicoli ibridi ed elettrici, insomma un diamante per la transizione green dell’automotive. Invece qui rischia di diventare il deserto”.

I dubbi su Stellantis – L’allarme di Palombella però si estende proprio al gruppo nato dalla fusione tra Fca e Psa: “La produzione italiana – ragiona – è considerata marginale, i francesi lo hanno già detto”. L’ultimo allarme è scattato con la riduzione dei turni di lavoro nello stabilimento Sevel di Atessa, in provincia di Chieti. La società, presieduta da John Elkann, ha dato la ‘colpa’ alla carenza di semiconduttori. L’effetto? A 300 dipendenti in somministrazione non sarà rinnovato il contratto, mentre altri 600 lavoratori distaccati torneranno nelle fabbriche di competenza e finiranno in cassa integrazione. “È solo l’inizio. Avverrà anche in altri stabilimenti”, avvisa il segretario della Uilm che parla di una gestione “confusionaria”. La prospettiva, ragiona, è quella di “destrutturare” l’attuale organizzazione del lavoro e “ricostruire come piace a loro”. Di fronte alle mosse di Stellantis, Palombella si dice “preoccupato” e tutti i sindacati hanno chiesto il coinvolgimento del Mise. “Abbiamo già visto a Melfi come siano stati capaci di rimettere in discussione un accordo firmato appena dieci giorni prima – conclude il segretario della Uilm – Se Stellantis non ritiene l’Italia centrale, rischiamo anche una reazione a catena sulla componentistica”.

Le crisi sedimentate – Tutto si aggiungerebbe ai tavoli esistenti. Crisi sedimentate come quelle dei 400 lavoratori di Embraco, dei 110 di Bekaert, la vertenza Whirlpool e l’agonia del comparto siderurgico, da Piombino a Taranto. “Le situazioni delle acciaierie sono ingessate. Nell’ex Ilva si prospettano altri 4mila operai in cassa nei prossimi mesi, mentre il mercato va verso una nuova esplosione”. Destini appesi anche a Napoli, dove i 300 dipendenti di Whirlpool sono al terzo anno di lotta, infruttuosa: “Tre anni, è bene sottolinearlo, senza trovare una soluzione”, dice Palombella. L’ultimo impegno lo aveva assunto direttamente il presidente Mario Draghi, all’esterno del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Era il 14 luglio e i sindacalisti riportarono il pensiero del premier sui licenziamenti (“Un grave e inaccettabile sgarbo istituzionale”) e spiegarono che si era “impegnato a trovare una soluzione industriale” alla vertenza. Sono passati oltre due mesi, gli ultimi di una lunga serie per la madre di tutte le delocalizzazioni. A Napoli aspettano ancora.

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